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Arte e Letteratura

IL CALCIO NELL’ ARTE

Il gioco del calcio è stato, fin dalle sue origini, un vero e proprio fenomeno sociale capace di muovere le masse. 

Le prime testimonianze di un’attività simile al calcio risalgono al XXV secolo a.C. in Cina: l’imperatore Xeng Ti costringeva i suoi soldati a praticare un gioco basato sul possesso di una palla composta da sostanze vegetali con intorno dei crini. Questo gioco veniva chiamato “Tsu-Chu”. 

Secoli dopo si diffonde in Giappone, soprattutto tra le classi nobili, il “kemari” che si giocava su un campo delimitato agli angoli da un mandorlo, un pino, un ciliegio e un salice. 

Anche i Maya giocavano una specie di calcio con una palla di caucciù pesantissima. 

Verso il mille a.C. era molto diffuso l’”episkyros” in Grecia, che consisteva nel rubare la palla agli avversari. Questo sport poi si diffuse nell’impero romano con il nome di “harpastum”, praticato con una palla di piccole dimensioni. 

Nel Medioevo i giochi con la palla sono stati quasi del tutto eliminati e torneranno con il Rinascimento. 

Infatti, a Firenze nascerà il “calcio storico fiorentino” come lo conosciamo oggi. 

Anche in Inghilterra, nel corso del XVIII secolo, i giovani che frequentavano i college e le università ricominceranno a praticare il gioco con la palla. 

 

Molti pittori scelsero di rappresentare questo popolarissimo sport anche nelle proprie opere d’arte, a volte in modo realistico, altre in modo metaforico. 

E’ il caso dei Futuristi italiani come Carlo Carrà. 

https://youtu.be/SsiH7vhV0k4 

 

Carrà, grande appassionato di calcio, scelse di immortalare in un olio su tela un momento saliente di una partita di calcio, quello di una probabile mischia in area con tanto di portiere che esce tentando di prevalere sugli altri giocatori. 

L’opera “Partita di Calcio”, oggi conservata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, fu dipinta nel 1935, all’indomani della vittoria italiana ai mondiali. 

Al minuto 2,54 del seguente video potrete apprezzare il dipinto: 

https://youtu.be/G6bXic7gpDs 

ANTONIO CANOVA

Quest’anno ricorrono i 200 anni dalla morte di Antonio Canova, celebre scultore e pittore italiano, nato a Possagno, in provincia di Treviso, nel 1757.

La sua arte è stata altamente influenzata dagli ideali neoclassici rendendo le sue opere più espressive sia nei volti che nell’atteggiamento dei corpi.

https://youtu.be/nhQwOQF–lc

Canova non ebbe soltanto un importante ruolo artistico, ma anche un significativo ruolo politico mantenendo contatti, per diversi motivi, con i personaggi più rilevanti della sua epoca, come ci racconta lo storico dell’arte Antonio Paolucci:

https://youtu.be/00Blb6MzbiE

A partire dal 1829, alcuni anni dopo la morte dello scultore, tutti i modelli originali in gesso furono trasferiti a Possagno e raccolti nella Gypsotheca, presso la quale è presente anche una ricca biblioteca composta da tre settori, due dei quali occupati da  collezioni private donate alla medesima ed il terzo è la biblioteca canoviana propriamente detta, che comprende migliaia di volumi sulla cultura, la vita e le opere di Antonio Canova.

Accanto alla Gypsotheca si trova la casa natale dello scultore, una tipica struttura abitativa del Seicento.

L’edificio è composto da un corpo centrale a più livelli, che ospitava la vita domestica, e da una serie di annessi, come la cantina, i porticati per il deposito dei materiali da lavoro, la stalla per gli animali da traino e i pozzi.

I pochi mobili che sono rimasti sono originali del primo Ottocento e all’interno delle diverse stanze è possibile ammirare i dipinti, le incisioni, i disegni, alcuni marmi, gli strumenti da lavoro e alcuni abiti dell’artista.

Viene da chiedersi se il caso esista o meno … perché a due secoli dalla sua morte, l’arte di Antonio Canova  torna ad essere di incredibile attualità e ad avere un ruolo fondamentale nella mostra, allestita qualche mese fa, che unisce Possegno a Kiev per la pace:

https://youtu.be/bVzxBl3sTjE

I MOSAICI ITALIANI (ultima parte)

La facciata del duomo gotico di Orvieto fu iniziata alla fine del XIII secolo e conclusa solo alla fine del XVI secolo.

I suoi preziosi mosaici policromi raffigurano gli episodi salienti della vita di Maria.

https://youtu.be/4j9k_PhjXMo

Dall’Umbria ci spostiamo a Venezia dove si concentra la storia e il successo dei mosaici medievali in Italia.

L’arte veneta, legata sia al gusto occidentale che alle influenze orientali bizantine, si esalta nella magnifica Basilica di San Marco che mostra con i suoi sfarzi il potere dei Dogi.

Quando si pensa alla Basilica di San Marco, le prime immagini che vengono alla mente sono quelle dei mosaici e dei loro sfondi dorati. Infatti,  i mosaici rivestono per oltre 8000 metri quadrati le sue pareti, le volte e le cupole.

Le cupole ci colpiscono al primo sguardo e celano dei segreti:

https://www.facebook.com/watch/?v=538864026728719

Diamo inizio alla visita della basilica incominciando dalla facciata:

https://youtu.be/ZVyOAmF9tSM

L’atrio presenta storie dell’Antico Testamento e la Cupoletta della Genesi racconta il testo biblico della creazione.

https://youtu.be/KDCYEXyipro

I mosaici di San Marco sono la più significativa testimonianza della storia, della fede di Venezia e dell’evolversi delle tendenze che hanno caratterizzato la sua arte.

https://youtu.be/H6_04Hj5Y1E

Per concludere non poteva mancare la musica mentre scorrono belle cartoline di Venezia e della sua Basilica:

https://youtu.be/PbMZAMaVxCw

I MOSAICI ITALIANI (2a. parte)

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ospita, tra gli altri, il bellissimo e famoso mosaico della “Battaglia di Isso”, scoperto nel 1831 in una villa di Pompei.

E’ la rappresentazione di una delle battaglie condotte da Alessandro Magno e copia di un dipinto dell’antico pittore greco Filosseno di Eretria.

L’archeologo Paolo Giulierini, nonché direttore del museo, ci illustra i particolari di questa opera d’arte:

https://youtu.be/FaYMMXnFRU4

Nella basilica di Aquileia, dedicata a Santa Maria Assunta, il pavimento è costituito da un meraviglioso mosaico policromo del secolo IV e si possono ammirare opere musive che rappresentano diverse raffigurazioni cristiane.

https://youtu.be/360Cmq5inlQ

Ci spostiamo a Roma e nel cuore di Trastevere, caratteristico quartiere nel centro della città, si trovano due basiliche decorate con preziosi mosaici dorati: Santa Maria e Santa Cecilia.

I mosaici nella conca dell’abside di quest’ultima furono ordinati nel 1140 dal Papa Innocenzo II e rappresentano l’incoronazione della Madonna.

https://youtu.be/CIbpQfYlUto

Il capolavoro del Duomo di Otranto, costruito nel 1068 sugli antichi resti di una domus romana per volontà del vescovo Guglielmo, è il suo pavimento.

Lungo tutta la navata centrale, un monaco di nome Pantaleone creò un immenso mosaico policromo con 1163 tessere in cui, a modo di narrazione, inizia dal peccato originale e prosegue tra i passi della Bibbia e riferimenti alla storia antica.

https://youtu.be/lV2RsrTLCO0

 

I MOSAICI ROMANI (1a. parte)

L’origine della tecnica del mosaico si perde nel tempo. Agli inizi  era una rudimentale decorazione costituita da ciottoli colorati, ma poi si perfezionò fino a dare corpo alle stupefacenti pavimentazioni delle ville romane che vediamo a Pompei, Ercolano o Piazza Armerina.

https://youtu.be/SF9cN1Dsn6o

I mosaici romani erano anche arricchiti da elementi simbolici:

https://youtu.be/EVNS93JNpUM

Nel cuore della Sicilia, la fastosa villa imperiale del Casale di Piazza Armerina è famosa per i suoi preziosissimi mosaici.

La villa, che è stata costruita tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C., custodisce terme, sale e gallerie che ruotano intorno ai 3.500 metri quadrati di mosaici policromi pavimentali, perfettamente conservati.

https://youtu.be/_x8cM1XBTMU

La tecnica del mosaico raggiunse l’apice quando Ravenna divenne la capitale dell’Impero Romano d’Occidente e poi dell’Esarcato Bizantino e del cristianesimo.

Nella Basilica di San Vitale si possono ammirare i più bei mosaici d’epoca bizantina che rappresentano con vividi colori scene sacre e personaggi storici come il corteo dell’Imperatore Giustiniano:https://youtu.be/Ex7AEtxcZn8

e quello di Teodora: https://youtu.be/RwWjdJ2qdOA

LA PRIMAVERA

L’etimologia della parola Primavera non è facile da ricostruire, in quanto al suo interno coesistono lingue ben più antiche del latino.

La parola è composta da due termini: prima e vera: “prima” proviene dal latino primus, mentre “vera” ha origine nella radice sanscrita vas che si potrebbe tradurre come “ardere” o “splendere”.

La Primavera indica lo splendore della rinascita, infatti la stessa parola è anche sinonimo di inizio.

Per questo motivo, l’idea della primavera è associata alla giovinezza e ciò

consente agli artisti di rappresentarla come la bellezza ideale, quella bellezza che non ha ancora raggiunto la perfezione.

Per molti  è la stagione prediletta, con i suoi odori che pian piano ritornano dopo il letargo invernale, come la descrive Cesare Pavese nella sua poesia “Marzo”:

Io sono Marzo che vengo col vento
col sole e l’acqua e nessuno contento;
vo’ pellegrino in digiuno e preghiera
cercando invano la Primavera.
Di grandi Santi m’adorno e mi glorio:
Tommaso il sette e poi il grande Gregorio;
con Benedetto la rondin tornata
saluta e canta la Santa Annunziata.
Primavera
Sarà un volto chiaro.
S’apriranno le strade
sui colli di pini
e di pietra…
I fiori spruzzati
di colore alle fontane
occhieggeranno come
donne divertite: Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.

Quando pensiamo alla primavera nell’arte, la prima opera che ci viene in mente è la “Primavera” di Sandro Botticelli, datata 1482.

Fu commissionata da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico, e attualmente è conservata alla Galleria degli Uffizi a Firenze.

La scena si svolge in un bosco lussureggiante, nel suolo sono disseminati fiori di ogni tipo e la protagonista  è Flora, la personificazione della primavera.

https://youtu.be/q3D5-uQIbrk

Anche Giuseppe Arcimboldo nel 1563 dipinse la Primavera, ma in questo caso il dipinto fa parte dell’opera “Quattro stagioni” che vengono rappresentate in altrettanti ritratti composti usando fiori, frutta e verdura, seguendo il percorso delle varie fasi della vita.

https://youtu.be/wGKABRG77D8

L’arrivo di questa stagione porta con sé anche un cambiamento delle abitudini alimentari, con piatti più leggeri e fragranti.

Ovviamente un cambiamento del menù porta come conseguenza naturale anche un adeguamento per quanto riguarda la scelta dei vini. I piatti della cucina primaverile si abbinano meglio con vini più freschi e leggeri, meno ricchi e strutturati.

Tra i bianchi si bevono piacevolmente quelli dal sapore floreale e fruttato e tra i rossi si prediligono i vini di media struttura, ma anche gli spumanti sono in perfetta sintonia con la primavera.

In musica, la  composizione ispirata alla primavera nelle “Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi, ci riempie il cuore di gioia e di voglia di vivere.

https://youtu.be/q4LGSxOBLLM

CREATIVITÀ ITALIANA

“Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori”, questa espressione è tratta da un discorso che tenne Mussolini il 2 ottobre 1935 in opposizione alla Società delle Nazioni che aveva condannato l’Italia per l’aggressione all’Abissinia.

La frase completa è riportata sul Palazzo della Civiltà a Roma (nel quartiere dell’Eur):

“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di trascrizione, di navigatori, di trasmigratori”.

Il popolo italiano è estremamente creativo. Basti pensare che la stessa ideazione del brevetto, o per meglio dire il suo antenato, rientra tra le invenzioni italiane.

Infatti, i primi brevetti della storia furono concessi a Sibari (Calabria), all’epoca facente parte dell’antica Grecia. La “tutela” consisteva nel garantire all’inventore tutti i profitti economici della sua creazione per un anno.

La concezione di brevetto, con la relativa legislazione, si è evoluta nel corso dei secoli nei diversi Paesi, finché nel 1994 venne ufficializzato un accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, noto con l’acronimo di TRIPS, nel quale vengono stabiliti i requisiti dei brevetti, validi per i Paesi aderenti all’accordo.

Anche altri antenati, i Romani, ci hanno tramandato alcune loro invenzioni:

https://youtu.be/b6ITjkxIwcU

Andrea Amati, a metà del XVI secolo, nella sua officina a Cremona creò uno strumento a quattro corde conosciuto come “violino”.

Le generazioni successive continuarono a costruire violini e assunsero apprendisti: uno di questi fu Antonio Stradivari.

All’inizio del XVIII secolo Bartolomeo Cristofori lavorò alla creazione di un nuovo strumento che usasse il suono generato da corde pizzicate.

All’epoca erano molto popolari il clavicembalo e il clavicordo.

Cristofori decise di utilizzare martelletti imbottiti in pelle per suonare le corde, in modo da produrre eccellenti livelli di suono.

La sua invenzione, all’inizio, fu chiamata “forte piano” e si perfezionò nel tempo diventando popolare alla fine del Settecento.

Nel 1924 la fabbrica italiana di penne a serbatoio Aurora deposita il brevetto  per una matita meccanica, un oggetto oggi di comunissimo uso.

Altre 10 invenzioni italiane che hanno cambiato il mondo:

https://youtu.be/o0mMdCdsHTM

Adesso saliamo in macchina e scopriamo che il primo impianto elettrico ad essere montato su un’auto prodotta in serie fu quello della Lancia Theta del 1913. Con i suoi 6 volt riusciva a fornire energia utile ad illuminare la strumentazione e a far funzionare il clacson, le luci anteriori e quelle posteriori.

La Fiat introduce nella sua prima automobile del 1899 il freno a pedale.

Nel 1931 l’ing. Elio Trenta inventò il cambio automatico, la Fiat lo rifiutò, e anni dopo l’americana Oldmobile lo introdusse nelle sue macchine di serie.

Tra il 1956 e il 1957 venne prodotta dalla Fiat la prima monovolume che consentiva di sistemare 6 passeggeri in tre file di sedili.

L’ing. Antonio Fessia introdusse la trazione anteriore nella Lancia Flavia a partire dal 1960.

Anche il sistema “Start & Stop” fu introdotto dalla Fiat nel 1983: il sistema è capace di spegnere automaticamente il motore tutte le volte che l’auto si ferma. Oggi è ritenuta una delle invenzioni più accreditate per la tutela dell’ambiente.

Nel 1988 la Fiat realizza il motore turbo diesel con iniezione diretta.

Anche il common rail (tecnologia di iniezione elettronica per i motori a gasolio) è italiano: prodotto dalla Fiat nel 1997.

Nel 2002 la Lancia Thesis venne dotata di fari a LED grazie all’azienda italiana Magneti Marelli.

Vogliamo continuare?

Il sismografo elettromagnetico inventato da Luigi Palmieri nel 1857;

il cambio per biciclette (Tullio Campagnolo nel 1935);

la campana (San Paolino, vescovo di Nola, nel V secolo);

la Scala Mercalli (Giuseppe Mercalli, 1902);

la carta carbone (Pellegrino Turri, 1906);

vasca idromassaggio (Candido Jacuzzi, 1943);

l’autovelox (Azienda Sodi Scientifica di Firenze, anni ’60);

il radar (Guglielmo Marconi e Ugo Tiberio, 1936);

il kinetoscopio, precursore del cinematografo (Filoteo Alberini, 1894);

cembalo scrivano, precursore della macchina da scrivere (Giuseppe Ravizza, 1837);

caffè istantaneo (Luigi Bezzera, 1901).

SUONANO LE CAMPANE

Avete sentito suonare il tintinnabulum?

Gli antichi romani sicuramente hanno sentito questo sonaglio composto da più campanelle legate ad un’unica struttura che, azionato dal vento, aveva il compito di allontanare il malocchio e portare fortuna e prosperità.

Già in Grecia conoscevano il còdon, secondo l’accezione metaforica,  segnalava l’analogia con il fiore di papavero.

Il nome italiano campana deriverebbe dal latino vasa campana, che indicava dei catini emisferici in bronzo e in terracotta prodotti nella zona di Napoli.  Per la similitudine di forma, la campana che suona fu chiamata come il vaso.

È difficile risalire all’origine della campana. Nella Bibbia viene attribuita la sua invenzione a Jubal, il creatore di tutti gli strumenti musicali.

Il più antico reperto archeologico è il campanello ritrovato vicino a Babilonia, databile al I millennio a.C. circa.

In alcune tombe pre-incaiche peruviane sono stati rinvenuti dei campanelli in rame risalenti a prima del 500 a.C.

In Cina sono state trovate campane di considerevoli dimensioni risalenti al secolo VIII a. C. che, essendo prive di battaglio, venivano percosse sul bordo esterno con l’estremità di un palo di legno posizionato orizzontalmente.

La campana è uno strumento musicale a percussione diretta, suonato con un oggetto non sonoro, in cui la vibrazione è più debole vicino al vertice. Ciò la differenzia dal gong, in cui invece la vibrazione vicino al vertice è più forte.

Nelle campane da chiesa il suono è prodotto dalla percussione di un pendolo di ferro dolce detto batacchio (o battaglio) sulle pareti interne della campana.

Torniamo ai giorni nostri e rechiamoci ad Agnone, piccolo comune della provincia di Isernia in Molise, chiamato anche “il paese delle campane”: https://youtu.be/Q0Tkh1ipqrI

Prima di lasciare Agnone, è doverosa una visita al Museo Internazionale della Campana che sorge accanto all’antica Fonderia Pontificia Marinelli, fondata nell’anno 1000.

https://youtu.be/8P2s2bsKIyI

Secondo la tradizione bolognese, suonare le campane è una vera arte che richiede talento e lunga preparazione, dato che  si suonano con quattro tecniche diverse.

Nella tecnica di suono a “scampanio”, le campane sono ferme con la bocca  verso il basso e i battagli vengono comandati dal maestro campanaro con mani e piedi per mezzo di funicelle.

Con questa tecnica l’esecutore può  produrre due o più note contemporaneamente ed introdurre sfumature espressive.

La tecnica del “doppio a cappio” inizia  con le campane in posizione d’inerzia (bocca verso il basso). Grazie a movimenti ampi e sincronizzati, i campanari portano le campane alla posizione “in piedi”, cioè con la bocca verso l’alto, per mezzo di una corda. È la fase detta “scappata”. Si esegue il pezzo in piedi e quando è finito si riportano le campane nella posizione di partenza. È la fase detta “calata”.

Un altro tipo di esecuzione è quello delle “tirate basse”, in cui le campane sono mantenute in leggero movimento, modificando di volta in volta l’ampiezza dell’oscillazione ed il moto del battaglio per ottenere la successione di rintocchi prevista dal pezzo che si intende eseguire.

Infine, nell’esecuzione “a trave” i campanari si dispongono uno o più per campana, sopra le travi che le reggono.

Vi lascio all’ascolto dell’ Angelus festivo suonato dalle campane di Bergamo:  https://youtu.be/JmFciZ2QauA

GIAMBATTISTA PIRANESI

La vocazione per l’architettura, la passione per l’archeologia e l’interesse per il vedutismo ed il capriccio architettonico costituirono il periodo di formazione di Giambattista Piranesi nella Venezia del ‘700.

Consapevole delle scarse possibilità di lavoro che gli poteva offrire la capitale veneta, il giovane ventenne decise di trasferirsi nel 1740 a Roma.

Oltre all’entusiasmo per le rovine dei Fori Imperiali, Piranesi apprese i rudimenti dell’acquaforte sotto la guida di Giuseppe Vasi e si dedicò all’incisione.

Affascinato dalla Città Eterna iniziò la produzione delle Vedute di Roma, una raccolta di tavole raffiguranti monumenti antichi, alla quale fece seguito un’altra opera molto famosa del Piranesi: la serie delle Carceri (1745).

Riversò il suo interesse per i reperti antichi diventando antiquario, il che gli consentì di aumentare la sua notorietà ed il suo prestigio  durante il periodo del “Grand Tour” vendendo agli altolocati visitatori oggetti antichi e le sue incisioni.

Dagli anni ’50 sviluppò la sua passione per l’archeologia, anche in seguito ad una visita agli scavi di Ercolano.

L’ascesa al soglio pontificio di papa Clemente XIII nel 1758 fu decisiva per il futuro del Piranesi. Infatti, il papa veneziano diventò suo protettore e mecenate.

La commissione più importante che ricevette fu la trasformazione della Chiesa di Santa Maria del Priorato e della piazza antistante.

E proprio in questa chiesa l’artista fu sepolto nel 1778.

https://youtu.be/3En02-Z5NBg

LEONARDO DA VINCI

Nato ad Anchiano, vicino a Vinci (provincia di Firenze), il 15 aprile 1452, Leonardo da Vinci era figlio naturale del notaio ser Piero e di una contadina.

Giovanissimo entrò nella bottega di Andrea del Verrocchio, dove imparò a disegnare, dipingere e a scolpire.

https://youtu.be/paO0Oo1IGw0

Le prime commissioni arrivarono nel 1478 ed è del 1490 la sua opera conosciuta come “La Dama con l’ermellino”.

In questo video il critico d’arte Vittorio Sgarbi spiega il dipinto nei suoi particolari: https://youtu.be/32pfefbavLU

Il disegno dell’Uomo Vitruviano risale al 1490 ed è la rappresentazione grafica delle proporzioni del corpo umano descritte nel trattato De architectura dell’architetto romano Vitruvio.

L’originale si trova alle Accademie di Venezia ed in questo video vengono analizzati i suoi diversi aspetti:

https://youtu.be/fgIYLLJo758

Non soltanto arte e scienza hanno interessato Leonardo: anche il galateo è stata una delle sue preoccupazioni.

Nella corte degli Sforza, durante i banchetti i commensali usavano pulirsi mani e bocca con lembi della tovaglia o sulle maniche degli abiti oppure strofinare le dita sul pelo di conigli vivi legati alle rispettive sedie degli ospiti.

Leonardo, che all’epoca era il maestro cerimoniere di corte, non sopportando il disordine e la mancanza di igiene a tavola, propose un’interessante soluzione: una piccola tovaglia posta davanti ad ogni ospite sulla tovaglia.

Ma, poiché nessuno sapeva come utilizzare il tovagliolo, lo trasformarono in oggetto di gioco e scherno.

Quindi, si può dire che nel 1491  fece la sua comparsa il tovagliolo, così come lo conosciamo oggi.

Nel 1503 la Signoria lo incarica di realizzare l’affresco della “Battaglia di Anghiari”, ma il dipinto, eseguito con tecniche sperimentali, non si conserverà a lungo. E’ l’anno in cui Leonardo riprese gli studi sul volo e sull’anatomia.

https://youtu.be/J2OfJ1EFGRc

Qualche tempo dopo, nel 1506, venne nominato ingegnere e pittore del re di Francia Luigi XII. Rientrerà a Milano al servizio dei francesi e, dopo un soggiorno romano, tornerà definitivamente in Francia su invito del nuovo re Francesco I.

Nel suo testamento  designa suo discepolo Francesco Melzi come erede di tutti i suoi manoscritti e strumenti. Morirà poco tempo dopo,  il 2 maggio del 1519.

Il Codex Atlanticus è una raccolta di fogli, assemblati senza un ordine preciso.  Appartengono al lungo periodo 1478-1519 di studi leonardeschi  su diversi argomenti: anatomia, astronomia, botanica, chimica, geografia, matematica, meccanica, disegni di macchine, studi sul volo degli uccelli e progetti d’architettura.

Viene chiamato “atlantico” perché il formato dei fogli su cui vennero incollati i disegni di Leonardo è quello normalmente usato per gli atlanti geografici.

https://youtu.be/Yt26RB8_WlI

GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli, di cui quest’anno ricorrono i 110 dalla morte avvenuta a Bologna, è nato a San Mauro di Romagna nel 1855.

Poeta, accademico e critico letterario, con la sua ricerca linguistica aprì la strada alla rivoluzione poetica del Novecento.

Nelle sue poesie i colori, gli odori e i suoni si mescolano per creare paesaggi e atmosfere che assumono un potere incantatorio.

https://youtu.be/57k3w7tkRAU

Gli ultimi anni del poeta furono segnati dalle trasformazioni politiche e sociali di fine secolo che preludevano la guerra. Questi avvenimenti, assieme al fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, lo condussero ad una situazione di insicurezza e pessimismo.

Il periodo che va dal 1895 al 1912 Giovanni Pascoli lo trascorse nella villa di campagna a Castelvecchio, oggi diventata Casa Museo.

Era un luogo tranquillo dove ricostruire con la sorella Mariù e il cane Gulì l’ambiente familiare che si era sgretolato con l’assassinio del padre ed il successivo matrimonio dell’altra sorella, Ida.

La casa ha mantenuto l’aspetto che aveva negli anni in cui soggiornò Pascoli, grazie all’amorevole cura della sorella Maria.

https://youtu.be/lnNmmN-ivV4

ANTONIO FOGAZZARO

Il 25 marzo 1842, cioè 180 anni fa, nasceva a Vicenza lo scrittore Antonio Fogazzaro, in una famiglia estremamente cattolica.

Sulla sua formazione influisce profondamente Giacomo Zanella, suo insegnante al liceo, stimolando in Fogazzaro sia la vocazione alla letteratura che l’interesse per il problema del rapporto tra fede religiosa e progresso scientifico, tema che diventerà centrale nell’ideologia del futuro scrittore.

Ascoltiamo una sua breve biografia per poi addentrarci nella sua opera:

https://youtu.be/LcO8ctWx_qE

Gli scrittori e i poeti del secondo romanticismo ed anche alcuni stranieri, tra cui Victor Hugo, hanno influenzato i suoi interessi letterari e la sua sensibilità.

Grazie al successo dei suoi romanzi e all’interesse suscitato dalle sue conferenze di carattere ideologico-religioso, Fogazzaro divenne un personaggio impegnato nella vita pubblica.

Il suo prestigio è cresciuto tanto sia a livello nazionale che internazionale, che nel 1896 venne nominato senatore.

Questo autore ormai divenuto classico, può essere definito uno scrittore all’avanguardia per la sua epoca:

https://youtu.be/6RdSelRLx_o

Sulla sponda italiana del Lago di Lugano si trova la villa in cui visse Antonio Fogazzaro. Oria è il piccolo borgo in cui  il tempo sembra essersi fermato e il ritmo è quello ottocentesco.

Fu in questa villa che Fogazzaro trovò ispirazione per il suo romanzo “Piccolo mondo antico” pubblicato nel 1896.

Il pronipote dello scrittore, a metà del Novecento, riallestì ogni ambiente in modo tale che la suggestione letteraria aleggiasse in tutta la villa, per poi lasciarla al FAI (Fondo Ambiente Italiano). Attualmente la si può visitare:

https://www.raiplay.it/video/2018/05/FAI-Tesori-d-Italia-Villa-Fogazzaro-aa7d7da1-914d-4cc6-963b-cbfbff9db28b.html

IL MARMO NELL’ARTE

 

Le Alpi Apuane, a nordovest della Toscana, sono ricche di bacini marmiferi: i più famosi quelli di Carrara.

Il marmo di Carrara, come tutti i marmi, è una roccia metamorfica formata da cristalli di carbonato di calcio di dimensioni quasi microscopiche.

Già  i Romani, di cui sono ancora visibili le cave, ne facevano largo uso trasportandolo via mare con partenza dal porto di Luni e perciò lo chiamavano Pietra di Luni.

In periodo medievale i maestri comacini diffusero il suo uso nell’Italia centrosettentrionale, soprattutto nella costruzione di cattedrali.

https://youtu.be/lypK0g6bnNo

Il marmo di Carrara, oltre ad essere usato per pavimentazioni, rivestimenti e arte funeraria, viene impiegato con successo anche per conservare gli alimenti.

Dal marmo infatti si ricavano el conche che, strofinate con aglio, vengono impiegate per riporre le falde di lardo suino e la salata con vari aromi che diventano il famoso “lardo di Colonnata”.

Inoltre, non bisogna dimenticare che di marmo di Carrara sono anche i mortai dove pestare basilico, aglio e pinoli per il pesto alla genovese.

Prima di proseguire, facciamo una sosta a Carrara:

https://youtu.be/c4FPrzFdMs4

Michelangelo Buonarroti ebbe sempre un rapporto strettissimo con la città di Carrara, dove soggiornò più volte per visitare le cave al fine di scegliere di persona i marmi per le sue opere.

Stando ai documenti, arrivò a Carrara per la prima volta nell’autunno del 1497 per procurarsi il materiale necessario alla realizzazione della Pietà, che gli fu commissionata dal Cardinale francese Jean de Bilhères-Lagraulas.

Ci tornò per la seconda volta nel 1503, quando l’Opera del Duomo di Firenze gli affidò la realizzazione delle statue degli apostoli, e successivamente nel 1505, per procurarsi il marmo destinato a diventare ill monumento funebre di Papa Giulio II, cioè il Mosè.

In occasione del soggiorno del 1516, l’artista affittò una casa: quella in piazza del Duomo su cui oggi sono posti il busto e la lapide.

In quel periodo fondò una società, assieme a un cavatore locale, per avviare lo sfruttamento di una nuova cava.

Michelangelo si recò un’ultima volta a Carrara nel 1521 per scegliere i marmi per la nuova commissione medicea, la Sagrestia Nuova.

Il marmo di Carrara  fu anche il materiale scelto da Gian Lorenzo Bernini per realizzare le sue opere.

https://youtu.be/U_8Toxt4Bww

Come nasce una scultura di Antonio Canova?

https://youtu.be/BMqA4I0L7zE

Marmo, granito e travertino: qual è la differenza?

La differenza sta nell’origine di ciascun materiale: il marmo è una roccia metamorfica di carbonato di calcio, il granito un materiale di natura silicea o vulcanica, e il travertino una roccia sedimentaria nata da deposito calcareo.

La parola “travertino” deriva dal latino lapis tiburtinus, cioè pietra di Tibur, antico nome dell’attuale città di Tivoli, nel Lazio, vicino a cui si trova un’importante cava della roccia.

I travertini più scuri hanno caratteristiche tecniche superiori a quelle dei travertini più chiari. Ci sono alcuni tipi di travertino scuro che hanno un coefficiente di usura per attrito radente uguale, e talvolta inferiore, a quello dei marmi propriamente detti.

Sono queste caratteristiche di compattezza, tenacità ed elasticità che lo rendono adatto all’impiego nei più svariati usi.

https://youtu.be/Io9QL32GlWQ

VIAGGIO NELLA CANZONE ITALIANA

Quella composizione vocale con accompagnamento musicale chiamata “canzone” ha le sue origini nelle civiltà primitive. Nell’antica Grecia era abbinata alla poesia e Omero recitava i suoi poemi accompagnandosi con la cetra; nel Medioevo i menestrelli e i giullari giravano di castello in castello cantando le gesta dei cavalieri.

Solo alla fine del Settecento  nasce in Francia il concetto moderno di canzone, cioè un componimento musicale e poetico, nato per celebrare determinate ricorrenze o per rendere omaggio ad una persona.

In Italia la troviamo nelle cantate regionali oppure nella canzone sentimentale, che è uno scambio continuo di melodie e spunti di arie del melodramma.

Alla canzone italiana è stata attribuita la capacità di interpretare e di spiegare, meglio della storia e delle cronache politiche, le vicende degli italiani.

Il Risorgimento introduce l’inno patriottico, che porta alla nascita di un sentimento nazionale diffuso e, in questo senso, si può citare il “Canto degli Italiani” di Novaro e Mameli (1848), noto come “Fratelli d’Italia”.

A fine ‘800 si afferma la canzone da salotto e la romanza. Sono gli anni del “caffè concerto” e delle operette.

In questi anni è anche presente la canzone napoletana d’autore, per citarne alcune “A vucchella”, “O sole mio”, “I te vurria vasá”, che ascoltiamo nella voce di Sergio Bruni: https://youtu.be/8vPe-1N6Wpg

A inizio del Novecento l’irruzione delle masse sulla scena politica genera nuovi canti  autorappresentativi come l’”Inno dei lavoratori” e “Bandiera rossa”, e le imprese coloniali ispirano l’”Inno a Tripoli” e l’”Inno a Roma”, quest’ultimo scritto da Giacomo Puccini.

Ma la “Belle Ėpoque” finisce prima della Grande Guerra con canzonette come “Ninì Tirabusciò”: https://youtu.be/sjvFJjq8M9U (Angela Luce)

Le esigenze della guerra raggiungono anche la canzone italiana che seguirà tre linee: l’inno patriottico (La leggenda del Piave), la canzone di protesta (Gorizia) e la canzone sentimentale-lacrimevole (O surdato ‘nnamurato):

https://youtu.be/CMgxhC0Py-w (Massimo Ranieri)

Le prime trasmissioni radiofoniche favoriscono la diffusione e la notorietà delle canzoni nonché l’evoluzione dei modelli musicali.

Con il fascismo la musica si rivolgerà al pubblico giovane con lo scopo di esaltare le virtù “maschili” che la società voleva costruire.

I musicisti che lavoravano sulle navi-passeggeri, che facevano le rotte atlantiche, diffondono il jazz e dall’America meridionale arrivano i ritmi latini sull’onda del successo del tango, che genera canzoni come il Tango delle capinere (1928).

Alla notorietà  delle canzoni contribuiscono il ballo che si diffonde a tutti i livelli sociali e il cinema sonoro.

Durante il periodo della Seconda Guerra  mondiale alcuni compositori italiani producono testi che rappresenteranno un clima in antitesi alla drammaticità di quei tempi. E’ il caso di “Mamma”, “Ma l’amore no” e di “Voglio vivere così”:

https://youtu.be/vxAQmIBXskM (Luciano Pavarotti ed Elisa)

Nel dopoguerra il compito della canzone è quello di sollevare lo spirito degli italiani.

A fine degli anni ’40 e inizi degli anni ’50 la canzone italiana sopravvive negli accompagnamenti musicali delle prime pubblicità televisive, nel Festival di Sanremo e in quello della canzone partenopea con Roberto Murolo e, soprattutto, con Renato Carosone che riprende i motivi americani e li rilegge con riflessi mediterranei, come con Tu vuo’ fa’ l’americano:

https://youtu.be/BqlJwMFtMCs

Dal 1951 ad oggi il Festival di Sanremo è lo specchio che riflette la nostra società e la nostra cultura. In continua trasformazione, è cambiato e si è adeguato ai tempi, provocando sempre reazioni e polemiche.

Verso la fine degli anni cinquanta si assiste  alla contrapposizione tra melodici e urlatori.

Nel 1958 Domenico Modugno trionfa a Sanremo con Nel blu dipinto di blu, portando una ventata di novità: https://youtu.be/nD8BryVB9d0

Il successo internazionale di questa canzone porta alla notorietà cantanti come Adriano Celentano, Gianni Morandi e Mina:

https://youtu.be/FHoQD_6wHKY Grande, grande, grande

Anni ’60:  la canzone italiana subisce le influenze sia del rock americano che del beat inglese. Nascono i primi complessi beat ( i Dik Dik, l’Ėquipe 84, Ricchi e Poveri, i Matia Bazar, I Pooh) e le canzoni impegnate.

Si affermano i primi cantautori come Umberto Bindi, Gino Paoli, Luigi Tenco, tra gli altri, e anche Sergio Endrigo: https://youtu.be/rB3mVB7TENI

La musica è nel DNA degli italiani quindi, essendo impossibile citare tutti i cantanti, è stata fatta una scelta per rendere l’idea dell’evoluzione della canzone italiana nel tempo.

Negli anni Ottanta e Novanta la musica italiana si apre alle esperienze internazionali e i cantautori cercano nuove strade rielaborando generi musicali diversi come il rock, il folk e il rap.

https://youtu.be/XkTSTixCoK4 (Jovanotti)

Si cambia secolo, la musica italiana è in continua evoluzione e, come detto prima, il Festival di Sanremo ne è la vetrina.

Nel 2000 il gruppo di musica pop-jazz Avion Travel vince il Festival con il brano Sentimento: https://youtu.be/Byf8nazCIj0

Nonostante i forti cambiamenti in atto nella società, nel 2014 vince Arisa con una canzone melodica, Controvento: https://youtu.be/wPrKYs2iDKQ

Ma soltanto sette anni dopo, cioè nel 2021, il premio verrà assegnato ad un gruppo rock, da alcuni definito sopra le righe, i Måneskin, che si sono presentati con il brano Zitti e buoni: https://youtu.be/haNSqTigU0Y

Quali saranno le novità del Festival di Sanremo 2022?

GUARDI O CANALETTO?

Uno dei più affascinanti momenti della pittura europea è la nascita del “vedutismo” nel Settecento, movimento che si occupa di paesaggi o di città riprese dal vero.

Si sviluppa in particolar modo a Venezia grazie alla sua suggestività ed è possibile distinguere due filoni: il capriccio, dove vengono rappresentati paesaggi che possono essere totalmente di fantasia oppure costituiti da elementi reali ma tratti da luoghi differenti, risultando così molto più pittoresco e teatrale; e la veduta realistica che riproduce oggettivamente la realtà ed è influenzata dalle teorie illuministe.

Il vedutismo può essere considerato come un’anticipazione della fotografia: in effetti, i vedutisti utilizzavano la camera ottica che permetteva di riprodurre un paesaggio nei minimi particolari.

Era una scatola di legno portatile che, attraverso degli specchi al suo interno, riproduceva l’immagine del paesaggio che si aveva di fronte. Questo consentiva all’artista di abbozzare uno schizzo, ripassando l’immagine proiettata per poi completare il lavoro nel suo studio.

https://youtu.be/xdDppmKwFOI

 

Il principale rappresentante del vedutismo è stato il veneziano Giovanni Antonio Canal, detto Canaletto.

Nato a Venezia nel 1697, gli venne dato il soprannome Canaletto per distinguerlo dal padre che era pure pittore (di scenografie teatrali).

I suoi dipinti, oltre ad unire architettura e natura, risultavano dalla scelta di precise condizioni di luce per ogni particolare momento della giornata.

Fu avviato dal padre alla pittura e cominciò a collaborare con lui e con il fratello Cristoforo nella realizzazione dei fondali per alcune opere di Antonio Vivaldi.

Tra il 1719 e il 1720 si trasferì a Roma per lavorare alle scene di due drammi di Alessandro Scarlatti e, proprio in questa città, ebbe i primi contatti con i pittori vedutisti, tra cui Luca Carlevarijs e Marco Ricci.

Le sue opere avevano molto successo tra i turisti inglesi che arrivavano in Italia per il Grand Tour.

Purtroppo, verso il 1740 il suo mercato si ridusse drasticamente quando, per via della guerra di successione austriaca, i visitatori britannici vennero a mancare. Quindi Canaletto decise di trasferirsi a Londra nel 1746, dove rimase per una decina d’anni.

Di ritorno a Venezia e durante l’ultima fase della sua carriera, il Canaletto approfondì il tema del “capriccio”.

https://youtu.be/vTNRS1HHvnM

Quindici anni dopo la nascita del Canaletto, cioè nel 1712,  sempre a Venezia, nasce Francesco Lazzaro Guardi che proporrà una particolare interpretazione del vedutismo, con vedute sentimentali, che anticiperanno il Romanticismo.

Durante i primi anni Francesco lavora insieme con il fratello maggiore Gianantonio, per cui  è difficile distinguere con precisione le opere che gli potrebbero essere interamente attribuite.

Nella prima produzione vedutista di Francesco Guardi si nota la somiglianza all’arte di Canaletto dal modo in cui l’artista fa uso della prospettiva, dalla grande precisione con cui sono descritte le architetture.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, Guardi comincia a elaborare un vedutismo molto personale, più lontano dal Canaletto.

Infatti,  l’artista dipingerà vedute filtrate dal suo occhio e dal suo sentimento e i suoi dipinti evocheranno l’atmosfera di decadenza della Repubblica di Venezia.

https://youtu.be/P3TiZHa5kEE

 

 

I MACCHIAIOLI

I Macchiaioli sono stati un gruppo di artisti attivi principalmente in Toscana nella seconda metà dell’800 ed il cui periodo durò dal 1856 al 1867.

Il termine macchiaioli fu usato ironicamente per la prima volta in occasione della Promotrice Fiorentina del 1861, dove si esponevano “macchie”, cioè paesaggi eseguiti con accentuazione del chiaroscuro e colore dato a macchia, rivolto a liberare l’arte e ad instaurare una pittura di “impressione”.

Quello dei Macchiaioli è stato il movimento artistico italiano più impegnato e costruttivo dell’Ottocento.

Si è formato a Firenze a partire dal 1855 e nasce come reazione alla formalità delle Accademie, tenendosi anche in rapporto con i fermenti ideologici del Risorgimento.

https://youtu.be/m-12NhZdSpI

Il movimento macchiaiolo afferma che la teoria della macchia fa sì che la visione delle forme sia creata dalla luce attraverso macchie di colore distinti, accostate e sovrapposte ad altre.

Gli artisti appartenenti a questa corrente si ritrovavano nel Caffè Michelangiolo, dove discutevano e riflettevano su tutte le tematiche artistiche.

Uno di loro era Federico Zandomeneghi:

https://youtu.be/VAEfFICT_fU

La teoria sostiene che l’immagine del vero è costituita da un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, che si possono rilevare tramite una tecnica chiamata dello specchio nero, cioè mediante uno specchio annerito con il fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali.

Telemaco Signorini iniziò la sua carriera come vedutista, come suo padre, per poi unirsi ai macchiaioli:

https://youtu.be/2Db1sFRNkiE

La teoria della macchia precede cronologicamente le enunciazioni teoriche degli impressionisti francesi e, per alcuni aspetti, vi si avvicina.

Quindi è giusto porsi la domanda: i macchiaioli sono gli impressionisti francesi?

https://youtu.be/bryH9gohd3g

Concludiamo con un altro artista che, pur essendo uno dei maggiori esponenti dei macchiaioli, non frequentava il Caffè Michelangiolo e veniva descritto con queste parole da Telemaco Signorini:

“La sua serietà non gli faceva ammettere gli scherzi di nessun genere, tanto che non fu possibile di portarlo quasi mai al nostro Caffè Michelangelo, in quell’agape fraterna di bohémiens […]; che là non voleva farci il buffone, come sempre ci rimproverava di farci noi ogni sera, colle nostre eterne burle e chiassate”

Il suo nome: Silvestro Lega

https://youtu.be/svMC4KuBmts

 

PICCOLI TEATRI

Teatro deriva dal latino theatrum e questo dal greco théatron. La parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e  per pronunciare orazioni.

L’Italia è considerata la “patria dei teatri” e, proprio in Italia, tra il XVIII e il XIX secolo si è verificata una rivoluzione architettonica che ha dato il via ai “teatri moderni”, cioè quelli con la sala a ferro di cavallo, la platea come la conosciamo oggi, i palchi divisi in ordini e la scena con le quinte prospettiche.

Il nostro “viaggio teatrale” di oggi riguarderà alcuni dei più piccoli teatri italiani che hanno platee con un ridottissimo numero di poltroncine, ma che dal punto di vista architettonico e artistico sono dei veri gioielli.

Partiamo dalla Lombardia, più precisamente ci troviamo nel comune di Barlassina in provincia di Monza e Brianza.

https://youtu.be/M6adV1nSax4

Questa città ospita il Teatro Antonio Belloni che conta appena 98 posti ed è decorato da mobilio e opere di importanti artisti italiani:

https://youtu.be/Qg7R0CvS97I

Ci spostiamo in Liguria, a Pieve di Teco, piccolo comune in provincia di Imperia.

https://youtu.be/SxfeJ7_VoZE

Il Teatro Salvini di Pieve di Teco è stato realizzato a metà Ottocento ma le sue caratteristiche corrispondono ai canoni teatrali del ‘600/’700.

Ha 43 metri quadrati di palcoscenico, 99 posti a sedere tra la platea, i palchi e il loggione.

https://youtu.be/G04U2ycL_uI

Continuiamo il nostro viaggio verso l’Umbria e ci fermiamo a Monte Castello di Vibio, un comune di poco più di 1500 abitanti in provincia di Perugia.

Il borgo ha sicuramente origini romane e il nome Monte Castello deriva dalla tipica struttura di fortilizio medievale costruito in cima a un colle. L’aggiunta di “Vibio” risale al 1863 quando, per regio decreto, alcuni comuni dovettero assumere nuove denominazioni a causa delle omonimie che si riscontrarono dopo l’Unità d’Italia.

https://youtu.be/1iBk5JnY00M

Il Teatro della Concordia condivide il nome con la piazza in cui vi si trova. Fu costruito all’inizio dell’800, durante l’occupazione napoleonica, per volontà di nove famiglie benestanti locali ed inaugurato nel 1808.

Con la parola “concordia” i costruttori desideravano richiamare gli ideali della Rivoluzione Francese: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Nel 1951 il teatro fu chiuso per inagibilità e nel 1981 fu espropriato dal comune e restaurato.

Dal 1997 è gemellato con il Teatro Farnese di Parma e nel 2002 il teatro è stato celebrato con un francobollo da 0,41 euro.

https://youtu.be/Grnl7eDFyaI

Anche le ville possono ospitare dei teatri, come nel caso di Villa Mazzorati Aldrovandi nella periferia di Bologna.

La villa è un edificio storico, in stile neoclassico, costruito  alla fine del XVIII secolo dalla famiglia Marescotti e poi passato alle famiglie Aldrovandi e Mazzacorati.

Il teatrino che si trova al suo interno, inaugurato nel 1763, ha due ordini di logge sorrette da cariatidi e le pareti della platea sono affrescate a “trompe l’oeil” con putti e ghirlande: https://www.facebook.com/WallaceChannel/videos/443599476052501/

Nell’entroterra riminese, sulle colline del Montefeltro, troviamo Sant’Agata Feltria, uno splendido borgo antico risalente al periodo pre-romano, molto ben conservato:

https://youtu.be/HDm7Ab4u7ZU

Nel 1605 Orazio Fregoso, signore di Sant’Agata, fece costruire sulla piazza il Palazzone e qualche anno dopo fu ricavato il teatro composto solo da platea a palcoscenico. Nel 1743 furono aggiunti i palchi, il che aprì da subito un forte attrito tra le più nobili e facoltose famiglie di Sant’Agata Feltria per l’attribuzione dei palchetti centrali, considerati i migliori per la fruizione degli spettacoli.

Sul proscenio vi sono medaglioni dipinti ad olio raffiguranti artisti illustri come Mariani, Monti, Goldoni, Alfieri e Metastasio.

Il teatro fu intitolato al Mº Angelo Mariani di Ravenna, il quale fu chiamato a dirigere nel 1841 (appena ventenne) e poi divenne uno dei più importanti direttori d’orchestra.

Nel 1992 Vittorio Gassman scelse il piccolo teatro di Sant’Agata Feltria per registrare la sua Divina Commedia per la RAI.

https://youtu.be/o32mKpJ3Rn8

Adesso ci spostiamo nelle Marche, nel piccolo comune Penna di San Giovanni in provincia di Macerata.

A ridosso di uno sperone roccioso tra le valli dei fiumi Salino e Tennacola e circondato da una campagna di alta collina, domina il territorio dalla catena dei Monti Sibillini alla costa adriatica.

https://youtu.be/eS6_M2Mvm2Q

Il Teatro Comunale di Penna San Giovanni, edificato intorno al 1780 all’interno del Palazzo dei Priori, fu progettato e realizzato in stile barocco, quasi interamente in legno, dal pittore locale Antonio Liozzi.

Lasciato per anni in disuso, nel 1974 iniziarono i lavori di restauro ultimati nel 1993.

https://youtu.be/OOv9UOEn6Hg

L’ultima tappa di questo nostro viaggio ideale è in Sicilia … a Ragusa.

La ricostruzione della città, avvenuta nel XVIII secolo dopo il devastante terremoto del 1693, la divise in due grandi quartieri: Ragusa superiore, situata sull’altopiano, e Ragusa Ibla, sorta dalle rovine dell’antica città e ricostruita secondo l’antico impianto medievale.

I capolavori architettonici costruiti dopo il terremoto e tutti quelli presenti nel Val di Noto sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2002.

https://youtu.be/RjXZUwCn1QY

Il Palazzo Donnafugata, uno dei più significativi palazzi di Ragusa Ibla, ospita l’omonimo teatro, risalente alla metà dell’Ottocento.

Nel 1997 l’avv. Scucces, proprietario dell’immobile, iniziò i primi lavori di restauro e recupero del piccolo Teatro di famiglia, la cui caratteristica principale è l’ottima acustica.

Anche le sale adiacenti sono state restaurate e allestite in modo che possano essere utilizzate per ospitare convegni e conferenze.

https://youtu.be/Irq0MjzrkCs

VINCENZO BELLINI

Questa interpretazione dell’Ouverture dall’opera Norma mi è sembrato il modo più adatto per iniziare il breve omaggio a Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini, nato a Catania 220 anni fa: https://youtu.be/v96gw-S7Im4

Bellini fu figlio e nipote d’arte: suo padre fu un compositore minore, mentre il nonno paterno fu un rinomato compositore di musiche sacre.

Iniziò precocemente gli studi musicali a Catania e nel 1819 si trasferì a Napoli. In questo periodo Bellini compose musica sacra, alcune sinfonie d’opera e alcune arie per voce e orchestra, la cui la celebre “Dolente immagine”, che oggi è nota solo nelle successive rielaborazioni per voce e pianoforte.

Ascoltiamola nella voce di Renata Tebaldi: https://youtu.be/ACboSVmcopw

Nel 1825 presentò al conservatorio l’opera “Adelson e Salvini”  come lavoro di fine corso e l’anno successivo ebbe il suo primo successo al Teatro San Carlo di Napoli con l’opera “Bianca e Gernando”.

Il trionfo al Teatro alla Scala di Milano arrivò nel 1827 con l’opera “Il pirata” , seguì nel 1829 con “La straniera” e nel 1831 con “La sonnambula” e “Norma”

Da quest’ultima ascoltiamo la Sinfonia, eseguita al Teatro La Fenice di Venezia: https://youtu.be/3JW3R0i9qbM

Per La Fenice compone anche altre due opere “I Capuleti e i Montecchi” e “Beatrice di Tenda”.: la sua salma rimase lì

La carriera di Vincenzo Bellini decolla quando si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con Chopin e con Gioacchino Rossini, che lo considerava il suo pupillo.

Oltre all’opera “I puritani” scritta per il Théâtre-Italien diretto da Rossini, compose numerose romanze da camera.

https://youtu.be/GmqCmz3rTiM  Capriccio per pianoforte

Purtroppo la sua carriera e la sua vita furono stroncate prematuramente a soli  34 anni.

Inizialmente fu sepolto nel cimitero di Père-Lachaise: la sua salma rimase lì per quarant’anni accanto a quelle di Chopin e di Cherubini.  Nel 1876  fu inumata nel Duomo di Catania.

Numerosi omaggi sono stati resi alla memoria di Vincenzo Bellini, tra cui citiamo soltanto alcuni: era raffigurato sulle banconote da 5000 Lire italiane; l’aeroporto di Catania porta il suo nome;  la “Pasta alla Norma” prende forse il nome dalla sua celebre opera.

A Catania nel 1890 fu inaugurato in suo onore il Teatro Massimo Vincenzo Bellini: https://youtu.be/xFsDdVvi4Ls

IL CANTICO DELLE CREATURE

https://youtu.be/AvLG9PIkXOE

 

“Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione…”

Così inizia il Cantico delle Creature di San Francesco, un inno alla potenza del Signore e alla bellezza della Natura.

Francesco nasce ad Assisi nel 1182. Suo padre era Pietro Di Bernardone, un ricco mercante del luogo, il che gli consente di trascorrere una giovinezza facile, circondato dal lusso.

Dopo essere andato in battaglia contro i Perugini ed essere stato catturato come prigioniero rimane in cella per un anno. La prigionia gli fa attraversare una profonda mutazione spirituale ed egli si accorge che i beni del padre non lo faranno felice …https://youtu.be/bID7_3jWHfA

Il Cantico delle Creature, scritto da  Francesco  poco prima di morire, è una lode a Dio che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere.

E’ una visione positiva della natura che, essendo l’immagine del Creatore, presuppone il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato.

Il testo è scritto in volgare umbro del XIII secolo e al suo interno si trovano influssi toscani, francesi e diversi latinismi.

Il Cantico si apre con la lode a Dio, termina con una chiusura esortativa e si divide in cinque elementi:

  • Lode assoluta di Dio (“altissimo, onnipotente, bon Signore”)

  • Firmamento (sole, luna e stelle)

  • Elementi: il vento (connesso alla distruzione ma anche al fiato di Dio), l’acqua (mezzo di purificazione), il fuoco (fonte di luce e di calore e simbolo dello Spirito Santo), la terra (madre di tutte le creature)

  • Uomo: l’uomo è peccatore dolente (qui compaiono termini quali “perdonano”, “infermità”,. “tribolazioni”, “guai”, “peccati”)

  • Morte: la morte è sorella dell’uomo, nessuno può evitarla ma è positiva e benevola perché coincide con la liberazione della vita terrena.

https://youtu.be/NlnSGoIG_lE

E’ doveroso un riferimento alla “Porziuncola”, una piccola chiesa risalente al IV secolo che divenne un luogo particolare per Francesco e da dove inviò i primi frati ad annunciare la pace.

Francesco scelse questo luogo come dimora e nel 1209 fondò l’Ordine Francescano: https://youtu.be/JI33v-pWzPA

Francesco muore il 3 ottobre 1226 alla “Porziuncola” e nel 1228 fu proclamato santo da Papa Gregorio IX: https://youtu.be/U7rcNuvloj8

CARAVAGGIO

Caravaggio è un comune in provincia di Bergamo, il cui nome deriva da Caravagium. Lì passava la via Mediolanum-Brixia, cioè la Milano-Brescia.

Fermo Merisi e Lucia Aratori, entrambi nativi di Caravaggio, si sposarono il 14 gennaio 1571, si trasferirono a Milano e il 29 settembre dello stesso anno nacque Michelangelo.

Nel 1577, per sfuggire alla peste, i Merisi tornarono in paese, ma Fermo morì poco tempo dopo a causa della malattia.

A soli 13 anni Michelangelo (più conosciuto come Caravaggio)  fu mandato a lavorare a bottega a Milano: https://youtu.be/GpOV6Uo3zxI

Caravaggio, di animo particolarmente irrequieto, durante la sua esistenza affrontò gravi vicissitudini.

Dal 1595 cominciò ad entrare nell’ambiente artistico romano e nel ’97 conobbe il Cardinale Francesco Maria del Monte, uomo di cultura e appassionato d’arte, che gli acquistò alcuni quadri: il giovane Caravaggio rimase al suo servizio per circa tre anni: https://youtu.be/CcixyQtz1xo

Corrado Augias fa un’analisi del Caravaggio attraverso la sua breve vita (morì a soli 39 anni) e le sue opere: https://youtu.be/O6MF3_uWZT0

Caravaggio trascorse gli ultimi anni di vita tra Malta, Siracusa e Napoli, sempre in attesa di una revoca da parte del Papa della sua condanna a morte: https://youtu.be/EHc1XDGwkGE

Il Caravaggio ispirò il romanzo di Andrea Camilleri “Il colore del sole”, lo spettacolo teatrale “L’uomo Caravaggio” di Alberto Macchi e il romanzo a fumetti di Milo Manara dal titolo “Caravaggio – La tavolozza e la spada”.

EUGENIO MONTALE

 ”Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.

Questa è la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura che è stato assegnato nel 1975 ad Eugenio Montale.

https://youtu.be/k6Ku6IUURsU

Nato a Genova nel 1896, la sua formazione è quella tipica dell’autodidatta, che scopre interessi attraverso un percorso libero da condizionamenti.

Dante, Petrarca, Boccaccio, D’Annunzio e le lingue straniere sono il terreno in cui getta le prime radici.

Nel 1925 pubblicò la prima raccolta di poesie Ossi di seppia, in cui – attraverso il suo linguaggio – esprime il “male di vivere”.

Da questa raccolta, “I limoni”: https://youtu.be/k2CXOu3V2Pc

Tutta la sua poetica è contrassegnata dal dubbio, dall’incapacità di cogliere il senso profondo dell’esistenza, che si intuisce appena e sfugge di continuo.

“Non chiederci la parola”, nella voce di Vittorio Gassman:

https://youtu.be/aoV24Ze96I0

Eugenio Montale è stato poeta, ma anche traduttore, scrittore, filosofo, giornalista, critico letterario, critico musicale, politico e … pittore:

https://youtu.be/qi-j2H2gNkE

Montale trascorre l’ultima parte della sua vita a Milano. Diventa redattore del Corriere della Sera e critico musicale per il Corriere d’Informazione.

Inoltre scrive rassegne culturali dal Medio Oriente, che ha visitato in occasione del pellegrinaggio di Papa Paolo VI in Terra Santa e nel 1967 viene nominato Senatore a vita.

Il 12 settembre 1981 muore a Milano.

Dalla raccolta La bufera e altro, la poesia “Due nel crepuscolo”:

https://youtu.be/Y4fmE2Ad6eU

SALVATORE QUASIMODO

120 anni fa nasceva a Modica, in provincia di Ragusa, il poeta Salvatore Quasimodo, che nel 1959 vinse il Premio Nobel alla Letteratura.

Trascorse gli anni dell’infanzia in piccoli paesi della Sicilia seguendo il padre, capostazione delle Ferrovie dello Stato.

Dopo il terremoto del 1908, la famiglia si trasferisce a Messina dove il padre è chiamato per riorganizzare la locale stazione. Lì, abitano per i primi tempi nei  vagoni ferroviari. Questo periodo lascerà un profondo segno nell’animo del poeta.

Ascoltiamo in questo video la sua biografia che si intreccia con le sue opere:

https://youtu.be/7PHWv12rfXM

È interessante conoscere il paese dove Quasimodo trascorse la sua infanzia e gioventù: Roccalumera, in provincia di Messina:

https://youtu.be/_-YNtAgMjcw

All’interno dell’antico scalo merci di Roccalumera, oggi sorge il Giardino-Museo Quasimodiano, in cui cinque vagoni ferroviari merci (simili a quelli dove il poeta e la sua famiglia vissero dopo il terremoto) sono stati trasformati in treno-museo con una sala convegni e la biblioteca del Parco Letterario Salvatore Quasimodo.

Nel Giardino-Museo hanno luogo anche presentazioni di libri, concerti ed eventi vari.

Vento a Tindari”, pubblicata nel 1930 all’interno della raccolta “Acqua e Terre”, rispecchia il divario che vive il poeta tra la vita lontana dalla Sicilia e i sogni e le speranze del periodo in cui viveva nella sua terra.

Ascoltiamola nella voce di Vittorio Gassman: https://youtu.be/daWRoqfN8rU

Nel 1959, quando Salvatore Quasimodo riceve il Premio Nobel alla Letteratura,  viene intervistato dalla RAI come testimonia questo video storico: https://youtu.be/jcBKEkqcltg

Quasimodo muore a Napoli nel 1968 … Ed è subito sera

https://youtu.be/eWOHd4mxtOs

IL PARMIGIANINO

Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto Parmigianino, è stato un pittore italiano vissuto tra il 1503 ed il 1540, esponente della corrente manierista.

Vasari lo considerava già pittore a sedici anni quando fece in una tavola un San Giovanni che battezza Cristo, conservato alla Gemälgalerie di Berlino.

Il termine “manierismo” al XVI secolo non esisteva. Il Vasari lo utilizza nel suo libro “Le vite” come “bella maniera” per indicare le qualità di grazia, armonia, immaginazione e virtuosismo che sono le caratteristiche degli artisti del suo tempo.

In seguito è stato definito “manierismo” lo stile della pittura italiana del periodo che va dal Sacco di Roma (1527)  fino al 1600.

https://youtu.be/TpyOp8jCxH0

Nel 1523 circa, il Parmigianino affrescò il soffitto di una stanza della Rocca Sanvitale di Fontanellato (presso Parma) con quattordici lunette che rappresentano episodi della favola di Ovidio di Diana e Atteone.

Nel 1524, dopo un’epidemia di peste, partì per Roma dove studiò soprattutto Raffaello ed entrò nei circoli dei suoi discepoli attivi ai Palazzi Vaticani.

Il critico d’arte Philippe Daverio analizza l’opera dell’artista inquadrandolo nel contesto storico-sociale dell’epoca: https://youtu.be/1oDT3UxO1Lg

Nel 1527, per evitare il sacco di Roma, lascia la città e si trasferisce a Bologna.

Durante la visita di Papa Clemente VII, nel 1529, il Parmigianino gli regala la Madonna della Rosa, attualmente conservata a Dresda.

L’anno successivo l’artista viene incaricato della decorazione della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma: sarà una delle sue opere più importanti, ma anche la più sofferta. I lavori inizieranno con cinque anni di ritardo e la lentezza dell’artista gli procurerà problemi con i committenti, anche di natura legale, che lo porteranno per due anni in carcere.

Al ritorno nella città natale comincia a dipingere il suo capolavoro più famoso, la Madonna dal collo lungo, che si trova alla Galleria degli Uffizi.

Un’altra analisi, da un altro punto di vista,  lo fornisce il critico d’arte Vittorio Sgarbi: https://youtu.be/UdJ78w1eF5I

Uno dei principali meriti del Parmigianino è quello di aver ridefinito i canoni della bellezza del tempo, secondo un’immagine elegante e artificiale.

Le sue idee ebbero notevole diffusione all’epoca sia in Italia che in Europa, non solo perché gli artisti si recavano a Parma per vedere le sue opere, ma anche perché i suoi disegni e le sue stampe ebbero una vasta circolazione.

Il Parmigianino morì a Casalmaggiore a soli 37 anni.

GIOVANNI BOLDINI

Gli ultimi vent’anni dell’Ottocento fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 costituiscono il periodo storico, socio-culturale e artistico europeo conosciuto come la Belle Époque.

Questa espressione nacque in Francia, ma vide manifestazioni parallele in altri Paesi dell’Europa occidentale. E’ stato un periodo in cui le invenzioni e i progressi della tecnica e della scienza superarono di gran lunga quelli delle epoche passate.

Ed è il pittore italiano Giovanni Boldini colui che  viene considerato uno degli interpreti più sensibili del fascino della Belle Époque.

Nato a Ferrara nel 1842, ottavo di dodici figli, dimostrò subito una naturale predisposizione per l’arte. Abbandonò prematuramente gli studi scolastici per imparare con il padre Antonio (pittore purista) i primi rudimenti pittorici.

A vent’anni si trasferì a Firenze, dove trovò un ambiente molto stimolante e frequentando il caffè Michelangiolo prese contatto con quel gruppo di pittori chiamati “Macchiaioli”.

A Firenze Boldini ritrasse amici e conoscenti e iniziò a viaggiare instancabilmente alla ricerca di vitalità ed innovazione. Finalmente accettò l’invito del signor Cornwallis-West e si recò a Londra, dove si inserì con successo nel bel mondo londinese.

Ma la passione di Boldini era Parigi: nel 1871 si trasferì a Parigi e svolse un’intensa attività dipingendo momenti di vita e ritratti:

https://youtu.be/_JRd09n7n7k

Continuò comunque a viaggiare nei Paesi Bassi, la Spagna, il Marocco. Nel 1897 espose a New York nella galleria Wildenstein.

https://youtu.be/HuRk9GE4h0Y

Nel XX secolo la creatività di Boldini iniziò a diminuire e anche la Belle Époque volgeva al termine.

Nel 1929, con quasi 88 anni, sposò la giovane giornalista italiana Emilia Cardona.

Giovanni Boldini morì l’11 gennaio 1931 a Parigi.

https://youtu.be/1g5CVqhWPnA

TERRA DI BRONZI E DI BERGAMOTTO

Liquirizia, cedro, fichi, mandorle, uva passa, castagne, miele, noci, nocciole e bergamotto sono tutti frutti della Calabria, una terra nella quale in un batter d’occhio si passa dalla macchia mediterranea ai boschi di montagna.

https://youtu.be/KWMDd30mvkA

Il citrus bergamia risso, più conosciuto come bergamotto, è un agrume di origine sconosciuta. Alcuni ritengono che provenga dalla Cina, dalla Grecia, da Pergamo o dalla città spagnola di Berga, dove sarebbe stato importato da Cristoforo Colombo al rientro dalle isole Canarie. Altri lo considerano originario dalla Turchia dove esiste una varietà chiamata Ber-armundi, cioè “pera del signore”. Ma l’ipotesi più accreditata è quella che ritiene che il bergamotto derivi da una mutazione spontanea dall’arancio amaro che si è verificata alla fine del XVII secolo nell’habitat più idoneo alla sua coltivazione, cioè in provincia di Reggio Calabria.

I prodotti del bergamotto sono i frutti, l’olio essenziale, il succo e la polpa.

I primi bergamotteti vennero impiantati vicino al capoluogo calabrese intorno al 1750.

Anticamente il bergamotto veniva svuotato ed essiccato per essere usato come tabacchiera, in quanto aromatizzava il tabacco e ne conservava la giusta umidità.

L’uso dell’olio di bergamotto in profumeria si deve all’italiano Gian Paolo Feminis che, emigrato a Colonia nel 1680, formuló l’”aqua admirabilis” utilizzando l’essenza di bergamotto. I suoi eredi la brevettarono nel 1704 con il nome della città tedesca e la diffusero con grande successo.

Il bergamotto è anche impiegato in gastronomia da diversi secoli: è un meraviglioso abbinamento con crostacei e contrasta anche l’odore selvatico della cacciagione. La buccia grattugiata di bergamotto serve ad insaporire le paste ripiene: https://youtu.be/RydVXcd7t4s

Reggio Calabria è stata una colonia greca fondata in Italia meridionale verso la metà dell’VIII secolo a.C. ed è  una tra le più antiche città d’Europa.

Nel V secolo a.C. raggiunse una notevole importanza politica ed economica sotto il governo di Anassila in cui riuscì a controllare entrambe le sponde dello Stretto di Messina.

La città, inoltre, ottenne un grande pregio artistico-culturale grazie alla sua scuola filosofica pitagorica e alle sue scuole di scultura e di poesia nelle quali si formeranno artisti come Pitagora da Reggio e Ibico.

https://youtu.be/LWPJl45oGzw

Il 16 agosto 1972 sono state rivenute nei pressi di Riace Marina (provincia di Reggio Calabria) due statue di bronzo di provenienza greca, databili al V secolo a.C., considerate tra i capolavori scultorei più significativi dell’arte greca.

Anche se le ipotesi sulla provenienza e sugli autori dei Bronzi di Riace (come vennero chiamati) sono diverse e non esistono ancora elementi che permettano di attribuire con certezza le opere ad uno specifico scultore, possiamo avere una loro dettagliata descrizione.

https://youtu.be/hYlJ89vSOh8

I Bronzi di Riace, in seguito ai lavori di restauro, si trovano al Museo Nazionale di Reggio Calabria: https://youtu.be/HPUDRZRII-w

LORENZO BARTOLINI

Savignano di Prato 1777, nasce uno dei massimi rappresentanti del purismo e della scultura romantica: Lorenzo Bartolini.

Lui stesso ci parla della sua infanzia nelle sue Memorie:

“Nacqui dunque a Savignano, mio padre si chiamava Liborio Bartolini di Montepiano, nella Contea di Vernio era fabbro di campagna perciò si trovò colà per lavorare alla fattoria del Conte degli Organi, ove sposò mia madre Maria Maddalena Magli, figlia del fattore che era bastardo, fui dato ad allattare ad una gobba, che avendo poco latte suppliva con castagne; dopo fui trasportato a Vernio; indi a Firenze ove mio padre lavorava per garzone con poscia padrone. Stabilita la sua prima bottega in Borgo Ognissanti, avevo allora otto anni e pensò farmi fattorino e menavo il mantice, cosa che non mi andava a genio…”

Cecilie Hollberg, direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze, ci racconta brevemente la vita e l’opera di Bartolini:

https://youtu.be/SZxt-gPlnZQ

Lorenzo Bartolini, considerato il massimo scultore italiano della prima metà dell’Ottocento, nelle sue opere mostra da un lato certa morbidezza e purezza delle linee e, dall’altro, un grande verismo.

Il suo percorso umano ed artistico parte da Parigi, dove la passione per Napoleone lo conduce nel 1800 alla scuola di David, dove conosce Ingres, che già si stava distaccando dalla compostezza neoclassica:

https://youtu.be/m3EJZ4w1W_4

A cinquantaquattro anni Bartolini sposò Maria Anna Virginia Boni con la quale ebbe quattro figlie. Successivamente, nel 1839 divenne professore di scultura all’Accademia Fiorentina.

Quando  si recò a Roma nel 1847 fu calorosamente accolto  e persino Pio IX accettò di farsi ritrarre da lui.
Il 20 gennaio 1850 Lorenzo Bartolini moriva a Firenze.

https://youtu.be/hympjxzjVms

 

IL TRILLO DEL DIAVOLO

Ed ecco che il diavolo ci mette sempre la coda … Questa volta in musica attraverso la Sonata per violino in sol minore, più conosciuta come “Il trillo del diavolo”, scritta da Giuseppe Tartini nei suoi anni giovanili.

L’analisi stilistica del Trillo del diavolo suggerisce però una datazione successiva al 1740. Si può anche ipotizzare che Tartini continuò, come d’abitudine, a correggere il componimento e che quello giunto a noi sia appunto frutto di correzioni e migliorie.

Si racconta che il compositore abbia avuto l’ispirazione durante un sogno …

https://youtu.be/hY8wPBizLPQ

Nel 1728 Tartini fondò a Padova una scuola di musica che ha fornito grandi musicisti in tutta Europa. Fuori dalla scuola strettamente violinistica, il suo più famoso allievo fu Antonio Salieri.

Ascoltiamo Il trillo del diavolo nell’esecuzione del Mº Uto Ughi nel Parlamento italiano: https://youtu.be/zBg4mDM89l4

Il trillo del diavolo ha ispirato anche un romanzo scritto da Carlo Lucarelli: racconta dell’avventura di Vittorio, giovane violinista, costretto ad improvvisarsi agente segreto in un’Europa che si appresta a conoscere l’odio nazista e a vedere gli amici trasformarsi in nemici.

Torniamo a Venezia, alla Chiesa di San Vidal, per riascoltare Il trillo del diavolo, eseguito  dagli “Interpreti Veneziani”, solista Nicola Granillo:

 https://youtu.be/g0pBSpiAaUY

Prima di chiudere, il diavolo si fa beffa di noi … il Mº Uto Ughi spiega ed esegue la risata del diavolo: https://youtu.be/eavTfY96Cfc

VITTORIO MATTEO CORCOS 

Se si confrontano le biografie di Vittorio Matteo Corcos (1859-1933) e di Amedeo Modigliani (1884-1920) risultano evidenti tantissime somiglianze.

Entrambi sono nati da famiglie ebree nella città portuale di Livorno nella seconda metà del XIX secolo; entrambi si sono stabiliti – e sono maturati come artisti – a Parigi; entrambi si sono distinti nello stesso tipo di dipinti: le loro rappresentazioni provocatorie delle figure femminili.

Ma la loro reputazione ha subito destini molto diversi: Modigliani, che ha lottato per vendere molte opere prima della sua morte a 35 anni, è oggi considerato un maestro del Modernismo. Corcos, invece, che godeva   di una lunga e prospera carriera internazionale, divenne una figura quasi dimenticata dopo la sua morte.

Vittorio Corcos viene ammesso a 16 anni al secondo anno dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dopo un breve soggiorno a Napoli tra il 1878 e il 1879, il re d’Italia Umberto I acquistò uno dei suoi quadri e così potè traslocare a Parigi nel 1880.

Diventato un ritrattista molto rispettato, tra i suoi soggetti ci sono il Kaiser Guglielmo II di Germania, Benito Mussolini e la diva dell’opera Lina Cavalieri:

https://www.youtube.com/watch?v=1h6auxx6H2o

A Parigi il suo collega Giuseppe de Nittis lo presentò a Degas, Manet e Caillebotte. Incomincia ad esporre regolarmente e firma un contratto di collaborazione con la casa d’arte Goupil.

Tornato a Firenze, nel 1887 sposò Emma Ciabatti, che frequentava i più prestigiosi circoli letterari, e così ha occasione di mettersi in contatto con Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio approdando poi alla Galleria degli Uffizi, dove nel 1913 il suo “Autoritratto” entrerà a far parte della collezione del museo.

I ritratti di Vittorio Corcos di “donne pericolosamente indipendenti” erano guardati con sospetto nell’Europa della Belle Époque:

https://www.youtube.com/watch?v=i0m378YVbwo

Il pittore prestava molta attenzione ai dettagli delle vesti e degli accessori di una donna, anche per segnalare la provenienza sociale del soggetto.

Il tutto gode di una grande precisione ed un sapiente uso del colore. Le tinte pastello e gli incarnati morbidi ed eleganti danno l’idea di una perfezione eterea, messa subito in dubbio da ciò che viene comunicato con gli occhi.

La tecnica di Corcos è così raffinata che i suoi dipinti hanno una qualità quasi fotografica: https://www.youtube.com/watch?v=q-3uqcGpCmE

Molte delle sue opere oggi sono esposte alla Galleria degli Uffizi, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma ed in numerosi musei del mondo.

 

LA PASQUA NELL’ ARTE 

Gli eventi della Settimana Santa sono stati rappresentati da moltissimi artisti e possiamo dire che si può fare il percorso della Pasqua nell’arte:

https://youtu.be/X-Xg6ifdYWQ

Nel centro storico di Padova la cappella degli Scrovegni, divenuta sito museale, ospita un noto ciclo di affreschi di Giotto dei primi anni del XIV secolo che include episodi della vita e morte di Cristo:

https://youtu.be/YqjWoxrtI-U

Spostandoci a Milano, nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie troviamo “Il Cenacolo” di Leonardo da Vinci, che gli fu commissionato da Ludovico il Moro. Ecco l’analisi dell’opera fatta dal critico d’arte Vittorio Sgarbi: https://youtu.be/MQ-Y2kgCdpI

Nel 1602 gli fu commissionato a Caravaggio un dipinto conosciuto come la “Cattura di Cristo”: https://youtu.be/ahFHD8gMgbk

In questo percorso degli eventi della Settimana Santa arriviamo alla Basilica di San Pietro a Roma per ammirare “La Pietà” di Michelangelo, guidati dallo storico dell’arte Prof. Antonio Paolucci: https://youtu.be/PlSNTNcTKdg

Forse sarebbe il momento giusto per ascoltare nella voce di Mina “Il pianto della Madonna” di Claudio Monteverdi, con immagini tratte dal film “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli: https://youtu.be/kLoTywh-XL0

Finalmente si fa la luce con “La Resurrezione” di Piero della Francesca spiegata da Vittorio Sgarbi: https://youtu.be/sOAeXnSei3k

Il lunedì successivo alla Pasqua, in Italia viene chiamato Pasquetta o Lunedì dell’Angelo perché si ricorda l’incontro dell’angelo con le donne giunte al sepolcro. Non è una festività di precetto per i cristiani, ma un giorno di riposo lavorativo introdotto nel dopoguerra dallo Stato italiano per allungare la festa di Pasqua.

Secondo la tradizione, la giornata si dovrebbe trascorrere facendo una scampagnata all’aperto con gli amici.

Non dimenticate il proverbio “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” !

PAESE CHE VAI …PRESEPE CHE TROVI 

Alla base dell’albero di Natale ci sono gli antichissimi usi, tipici di varie culture, di adorare alberi sacri, come gli Alberi del Paradiso con nastri e oggetti colorati, fiaccole e la credenza che le luci che li illuminavano corrispondessero ad altrettante anime.

L’abitudine di  decorare alcuni alberi sempreverdi era diffusa già tra i Celti durante le celebrazioni relative al solstizio d’inverno.

L’uso moderno dell’albero nasce, secondo alcuni, a Tallinn, in Estonia, nel 1441 quando fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio attorno al quale giovani scapoli di entrambi i sessi ballavano insieme alla ricerca dell’anima gemella.

La tradizione dell’albero di Natale in Piazza San Pietro è iniziata nel 1982 per volere di Papa Giovanni Paolo II che quell’anno aveva ricevuto in dono un abete da un contadino polacco che l’aveva portato fino a Roma.

https://youtu.be/kNqHIfLIhr0

Ai piedi dell’albero di Natale c’è sempre il presepe (o presepio), la rappresentazione della nascita di Gesù, che ha origini antiche e medievali.

In Italia, da nord a sud, a seconda della regione, il presepe ha caratteristiche ben diverse.

Il presepe napoletano è diffuso in tutta l’Italia meridionale, a volte adattato alla tradizione locale, come in Puglia e in Sicilia.

Si caratterizza per lo sfarzo, la spettacolarità, l’affollamento di figure, l’ambientazione urbana e la riproduzione di scene molto elaborate:

https://youtu.be/4rIivSVnrZg

Facciamo una breve passeggiata a via San Gregorio Armeno, a Napoli, dove si concentrano le botteghe artigiane dedicate alla realizzazione dei presepi e delle loro figure: https://youtu.be/Jv1mubIEJSQ

Tipica dei presepi romani è la presenza nel paesaggio di scorci della campagna romana con pini domestici e olivi, casali rustici, locande di campagna e rovine romane di acquedotti e resti monumentali:

https://youtu.be/1EbJVcVfsE8

La tradizione del presepe bolognese risale al XIII secolo. Si distingue da altre tradizioni presepistiche italiane perché i personaggi sono scolpiti o modellati per intero, abiti compresi: https://youtu.be/28o9alb2qY8

Il presepe genovese ha dato vita nel Settecento ad una vera e propria scuola che si caratterizza per la minuzia e la pregevolezza dei materiali usati (legno, ceramica e carta) con cui venivano rifinite nei minimi particolari le statuine.

E’ famoso il presepe di Pentema con manichini a grandezza naturale:

https://youtu.be/Vqinjzi4GQE

Il presepe marchigiano è caratterizzato dall’uso di statuine di terracotta, di cartapesta o in gesso e sono assenti le rappresentazioni di botteghe, bancarelle e osterie, come pure ogni forma di sfarzo:

 https://youtu.be/1-Lri1k9ODM

La caratteristica del presepe abruzzese è la presenza di numerose sculture lignee realizzate sin dal XIII secolo ed è una tradizione radicata in tutti i principali borghi montani della regione.

Quest’anno a San Pietro verrà allestito un albero di Natale sloveno ed un presepe abruzzese.

https://youtu.be/sU59R_B6hOA

Per concludere,  troviamo i presepi viventi un po’ dappertutto in Italia. E’ particolarmente famoso quello di Greccio, nel Lazio, la cui origine la si deve a San Francesco: https://youtu.be/AmQhvXMiaw8

LA VERGINE VELATA 

Giovanni Strazza, nato a Milano nel 1818,  dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera si dedicò allo studio della scultura. Dopodichè si trasferì a Roma nel 1843 e rimase affascinato dalla statuaria classica greca e romana che influenzò la sua abbondante opera.

Fu durante il suo lungo soggiorno romano che Strazza eseguì  nel 1854 La Vergine Velata per il Conte Stroganoff: un busto in marmo di Carrara, il cui soggetto è la Vergine Maria.

Il velo, scolpito nel marmo, è caratterizzato da un effetto di traslucidità: questa tecnica ricorda quella del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, conservato nella Cappella di Sansevero a Napoli.

L’artista  fece 24 repliche della Vergine Velata e una giunse a Terranova (Canada) alla fine del 1856.

E’ stata conservata nel Palazzo episcopale, accanto alla Basilica di San Giovanni Battista di Saint John’s fino al 1862 quando il vescovo Mullock mostrò il busto alla Madre Superiora del Presentation Convent. Da quel momento la scultura di trova sotto la custodia delle Suore della Presentazione della Beata Vergine Maria di St. John’s.

https://www.youtube.com/watch?v=ejQDEGNVaig

Dopo l’Unità d’Italia e la successiva riorganizzazione degli Istituti di belle arti, Giovanni Strazza accettò la cattedra di professore di scultura all’Accademia di Bologna, dove rimase per pochi mesi perchè venne designato professore di plastica all’Accademia di Brera, cattedra che mantenne fino alla morte avvenuta nel 1875.

IL PALLADIANESIMO NEL MONDO 

 

Lo sviluppo del palladianesimo come stile autonomo ebbe inizio nel XVI secolo e continuò fino alla fine del XVIII secolo, durante il quale influì sull’architettura neoclassica ed in breve tempo si estese dal Veneto a tutta l’Europa e ad altre parti del mondo. Questa evoluzione delle idee originali del Palladio viene chiamata neopalladianesimo.

Nel Regno Unito il neopalladianesimo cominciò ad essere molto popolare a metà del XVII secolo attraverso le opere di Inigo Jones, il cui stile ricerca principalmente l’estetica della facciata. Citiamo alcuni esempi: la Wilton House e la Banqueting House di Whitehall.

Il neoclassicismo in Russia che aveva attinto dalle idee dell’architettura francese della metà del XVIII secolo, negli anni settanta e ottanta del XIX secolo centra la sua attenzione su varie interpretazioni del palladianesimo.

Il contributo principale fu quello di Giacomo Quarenghi, architetto italiano molto attivo a San Pietroburgo, che tra il 1780 ed il 1810 realizzò numerosi palazzi, tra i quali il Teatro Hermitage (1782-1785) il cui interno è ispirato al Teatro Olimpico di Vicenza.

L’influenza di Palladio nel Nordamerica è evidente sin dai primi tempi dell’architettura coloniale statunitense.

Il terzo Presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson (1743-1826), era un uomo colto, appassionato delle arti, un intellettuale che conosceva il greco ed il latino.

Jefferson aveva capito il significato di potere politico contenuto nell’imponenza dei palazzi dell’antica Roma e desiderava per il suo Paese, devastato da battaglie cruenti, uno stile architettonico che fosse il simbolo di perfetto equilibrio, uno stile armonioso che infondesse pace e serenità al popolo: Jefferson trovò tutto ciò nella corrente del palladianesimo.

La caratteristica del palladianesimo in America fu il ritorno del portico d’ingresso che rispondeva all’esigenza di proteggere l’ingresso dal sole e diventò una costante dell’architettura coloniale statunitense.

La ristrutturazione di Monticello, la tenuta del Presidente Jefferson in Virginia, si è basata sullo stile del palladianesimo: https://youtu.be/Q7NJr4nDdak

In Virginia e nella Carolina del Nord e del Sud, gli edifici annessi a molte piantagioni sono palladiani, tra cui la Stratford Hall Plantation, la Westover  Plantation e la Drayton Hall, tutte e tre nei pressi di Charleston.

Uno degli adattamenti del palladianesimo che fu condotto negli Stati Uniti è lo spostamento del piano nobile: nei progetti statunitensi fu trasferito al pianterreno, mentre in Europa si trovava sopra un piano di servizio, destinato a stanze minori. Il piano di servizio, in America, era seminterrato e così fu eliminata la scalinata esterna che conduceva all’ingresso principale nei progetti del Palladio.

A Thomas Jefferson l’essere stato il secondo inquilino della Casa Bianca, realizzata da James Hoban in stile palladiano, deve aver fatto un piacere particolare: https://youtu.be/pwtxYvWPq1g

Altro esempio è la struttura stilistica del Campidoglio che fu influenzata dalla villa Capra la Rotonda del Palladio: https://youtu.be/ccc6V6N1jG4

Grazie alla profonda ammirazione di Jefferson per Palladio, gli americani cominciarono nel XIX secolo a parlare di “Rinascimento Americano”, poiché il palladianesimo si diffuse ovunque negli USA.

E’ motivo di orgoglio per gli italiani  che con la Risoluzione n. 259 del 6 dicembre 2010 sia stato ufficialmente deliberato che “Palladio è il padre dell’architettura americana”.

La Camera dei Rappresentanti, in accordo con il Senato, ha decretato, poco dopo la ricorrenza dei 500 anni dalla nascita di Andrea Palladio, il riconoscimento  dell’enorme influenza di questo  maestro nell’architettura degli Stati Uniti.

Chiudiamo con le immagini del Thomas Jefferson Memorial, il monumento costruito in onore del terzo Presidente degli Stati Uniti.

L’edificio, progettato dall’architetto americano John Russell Pope e inaugurato nel 1943, ha un podio di marmo a gradoni circolari, con un colonnato ancora circolare di ordine ionico ed è sormontato da una cupola, facendo riferimento sia al Pantheon di Roma che all’edificio della Rotunda, progettato da Jefferson per l’Università della Virginia: https://youtu.be/3kS_fZG3MjQ

VILLE PALLADIANE 

Andrea di Pietro della Gondola è considerato una delle personalità più influenti nella storia dell’architettura occidentale e sarà conosciuto da tutti con lo pseudonimo di Andrea Palladio.

Le ville palladiane, cioè l’insieme  di ville venete edificate dal Palladio per le famiglie più importanti del luogo (la maggior parte in provincia di Vicenza), assieme alla città di Vicenza sono state inserite tra il 1994 e il 1996 nella lista Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO:

https://www.youtube.com/watch?v=uoV1m9i-6×8

Le ville palladiane si distinguono dalle ville romane e dalle ville medicee toscane in quanto non erano destinate unicamente allo svago dei proprietari, ma erano dei complessi produttivi.

Circondate da campi coltivati e vigneti, le ville comprendevano magazzini, stalle e depositi per il lavoro agricolo. Di solito hanno ali laterali, le barchesse, destinate a contenere gli ambienti di lavoro, dividendo così lo spazio del corpo centrale destinato ai proprietari.

Le facciate erano dominate da frontoni decorati con le insegne del proprietario e negli interni Palladio distribuiva, sia verticalmente che orizzontalmente, le funzioni: cucine, dispense, lavanderie e cantine al piano terreno; l’ampio spazio sotto il tetto serviva a conservare il grano; il piano principale era abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti.

Palladio riteneva che la villa fosse, oltre che centro di proprietà terriera, anche luogo di salute, benessere, studio e riflessione:

https://www.youtube.com/watch?v=_cMKkzcF5mg

 

PULCINELLA 

Se andiamo a cercare il significato della parola “maschera” troviamo: “finto volto con fattezze umane o animali, di solito con fori per gli occhi e per la bocca, indossato per schermare il viso e contraffare l’aspetto per fini disparati; personaggio fortemente tipizzato; costume carnevalesco; rappresentazione di un sentimento o di un modo d’essere attraverso una marcata espressione del volto.

Ciò ci fa subito pensare a Pulcinella che indossa un camicione bianco, con una cinta nera in vita ed ha il volto coperto da una maschera che copre il viso solo a metà. Ha un naso aquilino ed il viso rugoso, con occhi molto piccoli.

Esistono varie ipotesi sulle sue origini che secondo alcuni risalirebbero al IV secolo a. C. ad un personaggio delle “Fabule Atellane romane”, un certo Maccus che recitava satire indossando una mezza maschera. Altri lo ricollegano a Kilkirrus, una maschera dall’aspetto animale.

Nei primi anni del Seicento, l’attore Silvio Fiorillo per creare il personaggio si ispirò a Puccio d’Aniello  un contadino di Acerra che si unì come buffone ad una compagnia di girovaghi di passaggio nel suo paese, il cui viso era scurito dal sole di campagna ed aveva il naso lungo.

La maschera di Pulcinella simboleggia metaforicamente il popolo napoletano che, stanco degli abusi e delle umiliazioni dell’alta borghesia si ribella ai potenti. Con la sua ironia e con la sua forza prende in giro il potere evidenziando la voglia di vivere superando ogni ostacolo, come in questa scena memorabile: https://www.youtube.com/watch?v=y2WWEdmealY&t=6s

Credulone, mattacchione e fanciullesco, Pulcinella è sempre in attività. Famoso per il suo modo buffo e farsesco di camminare, la sua peculiarità è quella di non saper custodire alcun segreto o confessione, da qui deriva l’espressione “segreto di Pulcinella”, cioè quando una cosa che dovrebbe rimanere segreta viene invece  raccontata a tutti.

In questo dialogo tra Franco Zeffirelli ed Eduardo De Filippi apprendiamo le infinite possibilità di espressione della maschera: https://www.youtube.com/watch?v=TJpRaOPnrE4

Dalla Commedia dell’Arte Pulcinella diventa anche burattino e marionetta, non è più servo e contadino, ma un archetipo di vitalità, un anti-eroe ribelle e irriverente alle prese con le contrarietà del quotidiano ed i nemici più improbabili.

Ad Acerra Pulcinella ha il suo museo allestito nelle sale del castello che custodisce documenti originali riferiti alle tradizioni popolari, letterarie e teatrali di questo personaggio. Ci sono anche costumi e maschere di artisti quali Antonio Petito, Totò, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi ed altri, e oggetti rari  e opere d’artigianato campano tra cui un presepe pulcinellesco:

https://www.youtube.com/watch?v=adcRiK9ZJyA

 

CORRIDOIO VASARIANO 

Francesco de’ Medici e Giovanna d’Austria si sposarono nel 1565 e per l’occasione suo padre, Cosimo I de’ Medici, incaricò l’architetto Giorgio Vasari la costruzione di un percorso sopraelevato che collega Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti passando per gli Uffizi e sopra il Ponte Vecchio. Ciò avrebbe consentito ai granduchi di muoversi liberamente e senza pericoli dalla loro residenza al palazzo di governo.

Questo percorso, oggi conosciuto come Corridoio Vasariano, fu un’opera complessa a causa della sua lunghezza di più di un chilometro e del fatto che dovette essere realizzata senza arrecare danno agli edifici che avrebbe dovuto oltrepassare.

Inoltre, il mercato delle carni che si svolgeva su Ponte Vecchio fu trasferito per evitare cattivi odori al passaggio del granduca e, al suo posto, si stabilirono le botteghe degli orafi che ancora oggi sono sul Ponte.

https://www.youtube.com/watch?v=lIJCFvMC9q4

In origine, al centro del Ponte Vecchio, si aprivano piccoli e discreti oblò rinascimentali e due finestre sopra l’arco centrale: Mussolini ne fece realizzare altre due nel 1938 in occasione della visita ufficiale di Adolf Hitler per stringere l’Asse fra Italia e Germania.

Si dice che la vista fu molto gradita a Hitler ed ai gerarchi nazisti che lo accompagnavano e, forse, fu la possibile ragione che salvò il ponte dalla distruzione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Attualmente nel Corridoio Vasariano, il cui percorso museale inizia dagli Uffizi e termina nel Giardino di Boboli, c’è una importante collezione di autoritratti e ritratti del Seicento e del Settecento come spiega il critico d’arte Vittorio Sgarbi: https://www.youtube.com/watch?v=kZmO1RvFQvE

Dal 2016 il Corridoio è chiuso alle visite per lavori di restauro e riaprirà al grande pubblico probabilmente nel 2021.

In questo breve video possiamo vedere com’è il Corridoio oggi:

https://www.youtube.com/watch?v=-7vHoLW4BzY

 

LA LIUTERIA IN ITALIA 

Siamo nel Rinascimento e in Italia è molto attiva la liuteria, quell’arte e tecnica artigianale della progettazione, costruzione e del restauro di strumenti a corda ed arco e a pizzico.

Nella prima metà del Cinquecento la città di Brescia era famosa per le sue numerose botteghe e ne seguì, nella seconda metà, Cremona con Andrea Amati e tra  fine ‘600 e ‘700 ospitò anche le botteghe di Antonio Stradivari e Giuseppe Guarneri del Gesù.

Vi siete mai chiesti com’è fatto un violino?  https://www.youtube.com/watch?v=PjYrv4PUmxM

Riconoscereste le differenze tra un violino e una viola? https://www.youtube.com/watch?v=4rGThebdP1s

Stradivari, Guarneri del Gesù e Amati producevano ai loro tempi strumenti che ancora oggi sono suonati dai più importanti musicisti.

Tra i violini più famosi possiamo citare il Cremonese, il Vesuvio e il Maréchat Berthier  di Stradivari, il Collins di Amati e il Cannone appartenuto a Niccolò Paganini, costruito da Guarneri nel 1743, con il quale il Mº Salvatore Accardo in questa registrazione esegue “La Campanella”:  https://www.youtube.com/watch?v=zCThQMrHMkA

Nel 1893 Giovanni Battista Cerani donò al Comune di Cremona diversi strumenti musicali di proprietà di grandi liutai cremonesi, tra cui Antonio Stradivari e così fu creato il Museo del Violino di Cremona.

https://www.youtube.com/watch?v=5AnvsmvqhYk

Il museo – oltre ad ospitare dieci sale – ha un auditorium con capacità per 500 persone in cui si tengono concerti regolarmente e nel quale si svolge lo “Stradivari Festival” con la partecipazione di artisti internazionali.

https://www.youtube.com/watch?v=5jPuiHlLZdg

Ci vogliono in media tre mesi a un liutaio per fare un solo violino (o viola, o violoncello) ed è per questo che i principianti, di solito, incominciano a suonare con uno strumento più economico e abbastanza robusto da resistere all’usura causata da mani inesperte.

Ed ecco che entra in scena la Cina! La Cina produce una quantità enorme di violini: l’anno scorso ne ha prodotti 1,5 milioni di strumenti contro i 6.727 dell’Italia.

Gran parte della produzione cinese finisce nelle mani degli studenti di musica perché più economica. Ciò non vuol dire che non siano buoni, ma sono un’altra cosa.

Infatti, i violini cinesi sono la combinazione di più mani, mentre i violini artigianali di Cremona hanno dentro di sé la personalità del liutaio.

Non a caso i musicisti dicono che gli strumenti hanno un’anima…

La cultura dei “saperi e saper fare liutario della tradizione cremonese” è stata iscritta nel 2012 nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO.

Vi saluto con un brano di un autore argentino di origine italiana, Astor Piazzolla, eseguito da un artista italiano, il Mº Uto Ughi.

“Oblivion”: https://www.youtube.com/watch?v=64MuFTYr63w

LA CERAMICA 

Terra, acqua, aria e fuoco. Una volta amalgamati, questi quattro elementi danno origine ad un materiale caldo, ancestrale, plasmato dalle mani energiche di artigiani e artisti. In Italia, da secoli e secoli, la produzione della ceramica accompagna la storia dell’uomo.

Infatti, le origini della ceramica sono antichissime e vengono ricondotte, addirittura, agli uomini primitivi che usavano l’argilla fresca per sigillare gli otri con cui trasportavano l’acqua per non perderla.

Da semplici stoviglie a preziosi oggetti d’arte, da piastrelle dall’aspetto rudimentale a grandiosi rivestimenti per edifici e ambienti ricchi e sfarzosi, così l’arte ceramica è uno dei campi d’eccellenza dell’Italia ed è diffusa quasi in ogni regione grazie a territori ricchi di argilla.  Si è sviluppata, spesso con un andamento frammentario che, come per le altre arti, rispecchia una pluralità di esperienze e di culture che hanno contribuito alla creazione di grandi tradizioni in molti paesi e città della penisola.

La parola “ceramica” deriva dall’antico termine greco “keramos” che significa “creta” o “terracotta” ed ha radici sanscrite legate al verbo “bruciare” che si riferisce con ogni probabilità alla cottura a cui sono sottoposti i manufatti, che in antichità avveniva mettendo l’oggetto a diretto contatto con il fuoco.

E’ impossibile elencare tutte le città in cui, da nord a sud,  si è sviluppata la ceramica in Italia, citiamo soltanto alcune: Orvieto e Deruta in Umbria, Vietri sul Mare in Campania, Grottaglie in Puglia, Caltagirone in Sicilia.

In Emilia è Faenza la città che sin dal Medioevo si è costruita la sua celebrità creando manufatti in stile gotico ed orientale prima e poi specializzandosi nella ceramica con temi rinascimentali e pezzi risultanti da una nuova sperimentazione denominati i bianchi.

I primi opifici risalgono addirittura al I secolo a.C. e raggiunse il suo apice nel Rinascimento. Da allora la ceramica faentina è una delle più apprezzate.

E’ da segnalare e da non perdere, se vi recate a Faenza, il Museo Internazionale della Ceramica che raccoglie pezzi di ogni epoca e provenienti da tutto il mondo:  https://www.youtube.com/watch?v=J3-cAcg3_9E

Angelo Biancini è una delle figure più rappresentative della scultura e dell’arte ceramica italiana nel ‘900.

Nato a Castel Bolognese, in provincia di Ravenna, nel 1911, il suo nome rimane legato a Faenza, città dove ha lavorato fino alla morte nel 1988.

In seguito ai primi riconoscimenti in mostre di ambito locale, partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1934 e sarà presente anche in edizioni successive dal 1948 al 1958: https://youtu.be/JTeijU2MG_w

Nel 1973 gli viene riservata una sala personale nella Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani.

Dal 1995 le opere di Angelo Biancini decorano e impreziosiscono le piazze, strade e viali di Castel Bolognese e rappresentano un ideale percorso che segue la sua evoluzione artistica dagli anni ’30 fino alla morte:

https://www.youtube.com/watch?v=C4mpL3MgrvA

 

IL MANDOLINO NAPOLETANO 

Quando si pensa musicalmente a Napoli, immediatamente si sente il suono di un mandolino dal timbro vibrante, melodioso o allegro …

https://www.youtube.com/watch?v=5FlNBuS7YgM

E’ uno strumento antichissimo di origine ignota, il cui primo antenato è l’oud arabo risalente al secolo IX o X a. C.

La nascita del mandolino a Napoli risale al XVII secolo e all’epoca erano strumenti molto decorati, particolarmente intarsiati, con filamenti in avorio e con un manico molto lungo. Il materiale utilizzato  per la costruzione del mandolino era la tartaruga e la madreperla, entrambi molto pregiati.

A quel tempo iniziò la produzione di mandolini da parte della celebre Casa Vinaccia e proprio a loro si deve l’applicazione delle corde di acciaio in sostituzione di quelle in ottone usate all’inizio e che difettavano di voce e di timbro.

I Vinaccia, come tutti i liutai napoletani, costruivano sia strumenti a pizzico (mandolini e chitarre) che strumenti ad arco.

Agli inizi del XIX secolo anche gli Zar russi vollero avere a corte un maestro mandolinista e lo trovarono proprio a Napoli, Eduardo Amurri.

Oltre ai Vinaccia, operavano anche i fratelli Fabbricatore e la famiglia Calace, il cui capostipite fu Antonio Calace, un esiliato politico a Procida, che nel 1825 iniziò a dedicarsi alla produzione di mandolini.

Il periodo di maggior successo del mandolino fu a partire dalla seconda metà dell’800 ed arriva al suo apice tra le due guerre.

Inizialmente il suo pubblico era quello aristocratico e dell’alta borghesia. Infatti, anche la regina Margherita di Savoia era un’abile mandolinista e aveva un’orchestra di strumenti a plettro a corte.

La dolcezza e il ritmo tipici di questo strumento diventarono l’emblema della canzone napoletana e lo resero popolare:

https://www.youtube.com/watch?v=ODeDM4_dScc

Molti musicisti famosi se ne innamorarono di questo strumento e Berlioz  lo definì in questo modo: “Il suono del mandolino ha qualcosa di piccante, spiritoso e originale, insostituibile con altri strumenti, come la chitarra e il violino”.

Molti artisti dell’epoca proposero brani adattabili allo strumento, tra cui  Mozart (Don Giovanni), Verdi (Otello), Mahler (VII Sinfonia) e Ludwing van Beethoven di cui ascolteremo la Sonatina per mandolino e piano in Do maggiore: https://www.youtube.com/watch?v=X0qetFaKdjU

Prima di salutarci, vi propongo il Concerto per mandolino e orchestra di Antonio Vivaldi: https://www.youtube.com/watch?v=avnGxtcrYDs

OPERA DEI PUPI 

Torniamo un po’ bambini per avvicinarci ad un’antica tradizione artistica siciliana, un tipo di teatro delle marionette, chiamato l’Opera dei Pupi (conosciuta anche come i Pupi Siciliani).

Le marionette sono appunto dette pupi (dal latino “pupus” che significa bambino).

L’Opera dei Pupi – che si sviluppò in Sicilia alla fine del Settecento – ha come protagonisti Carlo Magno ed i suoi paladini e tratta le gesta di questi personaggi attraverso la rielaborazione del materiale contenuto nei romanzi, nella storia dei Paladini di Francia e nell’Orlando Furioso.

Negli anni ’50 del XX secolo questa arte teatrale cadde in disuso, ma dal 2001 quando l’UNESCO la dichiarò “Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità” riacquistò la sua importanza, divenne anche di interesse turistico e spesso vengono presentati i loro spettacoli anche all’estero:.  https://www.youtube.com/watch?v=1sF9TkJ2Wuw

I Pupi hanno una struttura in legno e sono riccamente decorati e cesellati. Le corazze variano nei movimenti a seconda della scuola di appartenenza, palermitani o catanesi.

Vediamo con quale pazienza e dedizione vengono creati i pupi che poi prenderanno vita sul palcoscenico:  https://www.youtube.com/watch?v=0zlpSCUUK_4

Il “puparo” è il regista che cura lo spettacolo, le sceneggiature, i pupi, e con un timbro di voce particolare riesce a dare suggestioni alle scene epiche rappresentate.

Nell’era della tecnologia e della multimedialità, i pupi evocano immagini d’altri tempi, di spettacoli di piazza e di minuscoli teatrini polverosi.

Godiamoci adesso l’Opera dei Pupi  nel gran duello di Orlando e Rinaldo per amore della bella Angelica: https://www.youtube.com/watch?v=x1hoPpZ7WVY

 LE DONNE NELL’ARTE 

Oggi facciamo un tuffo nell’arte rinascimentale, tutto al femminile!

Prima di incominciare dobbiamo ricordare che la condizione della donna nel Rinascimento (XV-XVI secolo) è per certi versi uguale a quella delle epoche storiche precedenti.

Bisogna tenere presente che, all’epoca, quando nasceva una figlia era un momento di sconforto per la famiglia. Tenete presente che la nascita di un erede maschio comportava, a volte, il condono dei debiti o la concessione della grazia ai prigionieri.

Mentre la maggior parte delle ragazze continuava ad essere tenuta all’oscuro di ogni nozione, le giovani donne provenienti da famiglie ricche, avevano accesso all’istruzione.

Comunque bisogna dividere la condizione della donna di ceto elevato di allora in due momenti: nel primo, in giovane età deve fare gli interessi della famiglia di origine e, quindi, deve sposarsi per stabilire alleanze, altrimenti viene condannata ad una vita di clausura per non disperdere il patrimonio.

In età più tarda, dopo aver procreato ed in molti casi diventate vedove, può disporre della propria libertà seguendo i propri interessi culturali.

E’ proprio nel Rinascimento il periodo in cui compaiono le prime opere letterarie italiane al femminile. Ma anche quelle pittoriche di cui ci occuperemo oggi.

Incominciamo da Rosalba Carriera, nata a Venezia nel 1675 e morta nella sua città nel 1757. E’ stata una pittrice, ritrattista e miniaturista su avorio.

Cominciò la sua carriera dipingendo le tabacchiere con figure di damine graziose e fu la prima che utilizzò l’avorio nelle miniature.

Ecco a voi un breve resoconto della sua vita e della sua opera https://www.youtube.com/watch?v=cVoIg2CnJZo.

Oltre a Rosalba Carriera, ci sono state delle altre donne di spicco, quali Properzia de’Rossi, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, tra le altre.

In questo video, Amanda Vickery, storica inglese nonché professoressa di storia moderna alla Queen Mary, Università di Londra, ci racconta in modo estremamente interessante e piacevole la vita e le opere delle artiste che ho precedentemente menzionato, visitando i luoghi in cui sono esposti i loro quadri, facendone anche l’analisi dei medesimi: https://www.youtube.com/watch?v=kMnAF3YTkVM.

 

AMEDEO MODIGLIANI

Siamo nel 2020 … proprio cent’anni fa, il 24 gennaio 1920 moriva a Parigi Amedeo Clemente Modigliani, noto anche con il soprannome di Modì.

Pittore e scultore, fu celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo assente.

Nato a Livorno nel 1884, si formò in Italia tra la Toscana, Venezia ed il Mezzogiorno. Nel 1906 giunse a Parigi, la capitale europea delle avanguardie artistiche, e lì entrò in contatto con Pablo Picasso, Maurice Utrillo ed altri artisti.

Modigliani, che già da ragazzo aveva una salute fisica instabile minata dalla tubercolosi, accelerò la sua morte prematura a 35 anni facendo uso di alcol e di sostanze nocive.

E’ sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise, insieme alla sua compagna Jeanne che si suicidò due giorni dopo la sua morte.

In questo breve e interessante video viene raccontata la sua vita e la sua opera con immagini d’epoca e testimonianze della sua unica figlia Jeanne:

https://www.youtube.com/watch?v=YPGY9JjLFh4

Due critici d’arte, Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio,  interpretano con stili diversi l’opera di Amedeo Modigliani:

https://www.youtube.com/watch?v=M4FeveSSFCY

IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA 

Soltanto poche parole per presentarVi una lettura che mi auguro sia di Vostro gradimento:

“IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA” di José Saramago

Voce : Paolo Triestino

Musiche composte ed eseguite dal vivo da Natalia Paviolo

https://www.spreaker.com/user/12400554/il-racconto-dellisola-sconosciuta-di-jos?tab=messages

IL BOLIDISMO 

Un po’ di architettura contemporanea italiana, in particolare mi riferirò a quel movimento nato alla fine del XX secolo, il Bolidismo.

Venne fondato il 16 luglio 1986 in una sala di Palazzo Re Enzo di Bologna da un gruppo di 16 architetti neolaureati alla Facoltà di Architettura di Firenze: Pierangelo Caramia, Daniele Cariani, Maurizio Castelvetro, Maurizio CorradoDante Donegani, Fabrizio Galli, Giovanni Tommaso Garattoni, Massimo Iosa GhiniStefano GiovannoniBepi Maggiori, Massimo Mariani, Giusi Mastro, Anna Perico, Roberto Semprini, Ernesto Spicciolato e Guido Vetturini. 

Nato nell’ambito del design e dell’architettura, il gruppo si contraddistingue per un originale approccio al dinamismo delle forme. Infatti, Alla base del pensiero bolidista ci sono i concetti di comunicazione, movimento, leggerezza, molteplicità, divenire, azione.

Dopo un anno dalla fondazione, il bolidismo era apparso su tutte le più importanti riviste del mondo che si occupavano di design e di stile di vita  dall’America al Giappone.

A partire dagli anni ’90 il gruppo Bolidista sospende le sue iniziative  ed i suoi esponenti proseguono in maniera individuale l’attività professionale.

Ormai,  dopo più di trent’anni, e’ molto interessante ascoltare quanto ha da dire  uno dei fondatori di questo movimento, l’Arch. Massimo Iosa Ghini: https://www.youtube.com/watch?v=w-6mITloq00.

Le visioni che quel gruppo di  giovani ragazzi  portavano avanti si sono puntualmente realizzate e si estesero a diversi campi quali il teatro, la cucina e la letteratura.

Con un altro stile, magari più leggero e colloquiale, l’Arch. Maurizio Corrado collega l’architettura con il design, il tempo e la natura: https://www.youtube.com/watch?v=WXk46ZoHxw4.

 

IL PICCOLO PRINCIPE 

Sarò brevissima perché non c’è bisogno di parole superflue quando il testo è così intenso.

Ho scelto per voi questo  link in cui l’attore Paolo Triestino legge alcune pagine de “Il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry:

https://www.youtube.com/watch?v=jN68KztyzMU

Paolo Triestino – oltre ad onorarmi della sua amicizia – è un grandissimo attore con una lunga carriera teatrale, cinematografica e televisiva (https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Triestino).